martedì 9 gennaio 2018

*Sarà capitato anche a voi*
- Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa sentire una specie di orchestra suonare suonare suonare suonare zum zum zum zum zum zum zum zum zum.
Una piacevole canzonetta del 1969, cantata dalla grande Mina, inizia così. L’onomatopeico “zum zum zum” che simpaticamente intonava la nostra, sulla carta assume una sonorità meno dolce, più alienante. Come le parole che arrivano continuamente nelle nostre teste. Il tempo a disposizione da vivere con i nostri affetti diventa sempre meno. La maggior parte del tempo in viaggio verso il lavoro, a lavoro, di ritorno da lavoro. Poi le incombenze della gestione familiare, al market, dal medico, negli uffici burocratici. Sarà capitato anche a voi che il parlare della moltitudine che ci circonda di venti “zum zum zum”. A volte si distinguono stringhe di parole. Non tanto per il fatto che abbiano un interesse particolare, ma in quanto così ripetute, così zum zum zum, che ormai si distinguono dagli altri suoni vocali. Sarà capitato anche a voi, di sentirsi dare del matto. Matto, quando chiedi a qualcuno di non spingere in una fila. Matto, se dici a qualcuno che non sei d’accordo con quello che dice. Addirittura, malato mentale, frustrato pieno di problemi, se rimproveri la poca educazione. E va di lusso, ad una mamma di Torino, che ha rimproverato degli adolescenti per le bestemmie che dicevano in un parcheggio, davanti al figlioletto, l’hanno pestata a sangue. Vero che le parole feriscono, ma sempre meglio dei cazzotti. Zum zum zum. Sarà capitato anche voi, credo. A me si e sotto i miei occhi capita anche ad altri. Un’onomatopeica diffusiva, radialmente, raggiunge sempre più ambiti. Aumentano gli estranei anziché i familiari. Sarà capitato anche a voi di accorgervi che quest’anno, sottolineo per la prima volta, le persone avevano una grande difficoltà a fare gli auguri di Natale. In questo spirito è lecito e consequenziale cercare luoghi di mitezza, ma l’esito spesso è deludente. Sarà capitato anche a voi accorgervi che nelle parrocchie, pare che le persone cerchino più il branco per la forza dell’appartenenza, che lo spirito di comunità. Così sulle loro bocche eccheggiano zum zum zum minacciosi. Quello che non vi sarà capitato è un matto affibbiato per aver confidato un fermo desiderio di ricerca della pace. Interiore, allontanando ogni esogena corrosiva alchimia. Certo “nessun uomo è un'isola”, per questo non è il ritiro dal mondo la soluzione, ma la messa in campo di nuove idee, che rafforzino e migliorino la visione del mondo, per starci dentro, senza farsi inquinare. Così che tutto sommato, zum zum zum può diventare anche un simpatico motivetto. Come si sa, se la Provvidenza provvede ogni buona intenzione può avere un buon esito. Oggi mi sono arrivate le parole del celebre monaco Anselm Grün: « *_La gratitudine è l’atteggiamento da tenere nei confronti di Dio, ma anche nei confronti della propria vita. Siamo grati per l’amore che possiamo provare. Sperimentiamo che in fondo l’amore è sempre un dono che ci viene immeritatamente concesso … Questa gratitudine, come sempre quando si tratta di spiritualità, necessita di essere espressa. E deve essere praticata anche nella quotidianità_* ». Mi pare un grande aiuto. Ne ho anche un’altra: « *_Nella mia anima posso creare un luogo dell’eternità all’amore. Questo implica che io non mi fissi sulla mancanza di amore per cui sto soffrendo, che non passi il tempo a guardarmi attorno per vedere se gli altri mi amano oppure no. Al contrario, posso immaginare di avere dentro di me una sorgente di amore divino che non inaridisce mai, che non si prosciuga mai, che è eterna_* ». Questa è un poco più impegnativa, richiede una certa attitudine. Però, sapendo dove andare è sempre più facile camminare. Magari proprio con l’aiuto di un simpatico motivetto: _matto matto matto_ . Anche perché i matti in genere hanno belle storie da raccontare, forse per aver vissuto meglio la vita.
                                                Arturo Lania

sabato 21 ottobre 2017

Gianni De Angelis

                         Ciao caro amico,

come stai? Ho qualcosa da raccontarti. In questo momento ho proprio bisogno di un amico a cui scrivere. Sono un solitario dalla nascita. Conosco tante persone, ma non un amico a cui scrivere questo impasto di sentimenti ed emozioni che ho sul cuore. Posso scrivere nel mio diario, ma il bisogno di scrittura è premessa di condivisione. Scrivo quindi all’amico che vorrei avere. Ho messo il naso contro il vetro. Avrei voluto attraversarlo e raggiungere Gianni, arrivare al suo letto di ospedale, nella sua stanza in rianimazione. Gianni De Angelis, nella vita ha portato avanti la famiglia lavorando come informatore farmaceutico, anche se per via della sua laurea lui si è sempre presentato come farmacista. Sinceramente, quel mestiere lo proposero anche a me, risposi grazie no. Il mio carattere è quello che è. Mi ancora, dico bene così, a Gianni De Angelis un “ricordo base”. Il Signore mi ha chiamato a conversione dal mio ateismo nel millenocentonovantacinque. Ha usato uno strumento che si chiama Cammino Neocatecumenale, che da inizio ad ogni anno liturgico con un ritiro che si chiama “Convivenza di inizio corso”. Correva l’ottobre millenovecentonovantasei, in un posto dove c’era la neve, era gli ultimi anni delle quattro stagioni, Gianni De Angelis era il capo equipe che portava avanti quella convivenza, così chiama il Cammino i momenti di ritiro. Consegnò al mio cuore delle parole bibliche: - Cercai l’amore dell’anima mia, /lo cercai senza trovarlo / trovai l’amore dell’anima mia, /l’ho abbracciato e non lo lascerò mai! – Con queste parole Kiko Argüello, fondatore del Cammino Neocatecumenale,  musicò un brano del Cantico dei Cantici. Parole misteriose, che oggi mi portano a cercare la spiritualità del Carmelo. Poi l’annuncio kerigmatico: “Caritas Christi urget nos”, con il suo finale carico di patos, quella postilla alla fine di un contratto che offre una grande avventura: “Guai a me se non annunciassi il Vangelo”. La musica arricchì queste parole di una carica spirituale, di uno slancio e di un entusiasmo che mi avrebbero poi portato in seminario. Solo che la mia avventura è stata oggettivamente un disastro. La storia di don Maurizio Pallù, che in seminario entrò nel millenovecentottantotto,  la voce della sua testimonianza, missionario in Nigeria, rapito due volte in un anno, mi hanno impressionato molto. Abbastanza per capire che di fatto ho assecondato una certa pusillanimità. Sulle parole che mi consegnò Gianni De Angelis avrei potuto fondare tutta la mia vita. Parole testata d’angolo, così ingombranti che mai hanno permesso si potesse costruire altro su di loro. Ancora oggi mi interpellano. Grato per averle ricevute, tutt’ora nel duemiladiciassette. Ventidue anni dopo, grato ad un altro essere umano per delle parole. Nemmeno sue, bibliche. Guardo attraverso il vetro vedo la sua famiglia, ed il mio pensiero va al figlio che si sta precipitando da Milano. Osservo il gruppo della elite dei suoi amici, un medico, un dirigente regionale, un direttore sanitario, sono quelli che hanno potuto passare la “dogana” delle guardie giurate. Gianni De Angelis è ricoverato per una terribile caduta, a seguito della quale ha un ematoma di sette millimetri e fratture multiple, il cui elenco da i brividi come un film horror. Da ragazzino frequentò la parrocchia, poi il suo parroco, don Antonio Rotondo, buon anima, lo introdusse nel Cammino Neocatecumenale, correva l’anno millenocentosettantotto. Una novità pastorale, dal sapore elitario, che insieme ad altri ha governato fino ad oggi. In una parola, si può ben dire, oltre a lavorare, ha passato tutta la vita ad evangelizzare. Come si trova in questo dramma? Alle quindici e quindici ha fatto circolare tramite Wathsapp un video da –Bel Tempo si spera- di Tv 2000, con l’intervista ad Antonio Balestrieri il marito di Lina Cutaneo, la sorella del Cammino Neocatecumenale, rimasta vittima del terremoto di Ischia. Una profezia ed una chiave per leggere la storia. “Guai a me se non annunciassi il Vangelo”. Guardo oltre il vetro che mi separa dall’anticamera della sala di rianimazione. Due settimane prima sono entrato nel reparto di terapia intensiva da don Antonio Carbone, vittima di un incidente stradale. Pochi giorni prima è salito al cielo. Tenevo Gianni aggiornato di ogni cambiamento, chiedendogli preghiere. La sera precedente, in una liturgia comunitaria, ha pregato proprio per l’anima di don Antonio Carbone. Vorrei passare quel vetro, attraversare i suoi amici di tutta la vita, attraversare persino la sua famiglia e raggiungerlo al suo letto. Vorrei, come ho fatto con don Antonio, infilargli un’immagine della Madonna che Scioglie i Nodi, tanto cara a Papa Francesco, sotto il suo cuscino. In mezzo a quei suoi amici, che si conoscono da tutta la vita, non sono nessuno. Ho solo tanta gratitudine nel cuore, per delle parole. Solo per delle parole, di ventidue anni fa. Tra me e quel letto c’è troppa gente. Amici di una vita, professionisti, farmi strada li in mezzo è difficile. Stacco finalmente il naso dal vetro. Guardo al cielo. Tu solo Signore sai bene con quanta pochezza ho trattato il tuo annuncio. Mi trema il labbro se penso che ancora mi rivolgo a te. Dopo tanti anni rimango uno spudorato. Volevo essere prete e missionario per le parole che mi consegnò Gianni. Né la prima intenzione né la seconda mi è riuscita di realizzare. Ho sbagliato,  ne pago le conseguenze. Ma su quelle parole ho indirizzato tutta la mia storia e con esse morirò, in un modo o in un altro. Pertanto, per avermi guadagnato a te, ti prego per Gianni De Angelis, che già con un nome così, hai stabilito per lui un programma. Ti chiedo di abbracciare lui, la moglie Cristina, i suoi figli, che ha messo al mondo per amore tuo. Ti prego dal profondo del cuore, e Tu sai bene come sia capace di essere riconoscente. Nella sua vita avrà fatto migliaia di elemosine, ma credo che nessuno dei beneficiati lo ricordi. Per quelle parole, nemmeno sue, che mai avevo sentito prima, lo benedico dal profondo del cuore. Accetta Signore mio, questa gratitudine come una preghiera. Concedile di salire a te come incenso. Abbraccialo a te. Abbraccia a te la sua famiglia. Abbracciali tutti Gesù, per aver fatto conoscere il tuo nome tra le genti. Te lo chiedo con il cuore colmo di gratitudine. Sia per te incenso profumato.
Ecco, se avessi un amico a cui scrivere, gli invierei questa lettera. Allora Gesù, posso scriverla a te?

                                                                                                                          Arturo Lania


giovedì 5 ottobre 2017

Ammore e malavita

Ammore e malavita

Ho scritto questa riflessione per una mia amica e mi fa piacere farne una condivisione.

Ieri sono andato al cinema a vedere un bel film: _Ammore e Malavita_. Uno spettacolo gustoso e divertente: una commedia _noir_ ben riuscita. Nel finale i due killer, amici fraterni, Ciro e Rosario, che si sono trovati nell’intreccio della storia su fronti contrapposti, si affrontano nel duello finale. Che è fatto di parole e di canzone, anche se alla fine uno dei due muore. La scena è veramente stupenda. Rosario rivendica il diritto a vendicarsi: amici morti che gli premono sulla coscienza, patto di lealtà col boss, si sente ferito da Ciro che ha tradito il clan “ _pe’ l’ammore ‘e ‘na femmena_ ”. Ciro, killer freddo e altrettanto spietato di Rosario, rivede la sua storia. Orfano di padre, ucciso da malavitosi. Adolescente, trova una famiglia nel clan che lo addestra a uccidere, per difendere il boss. All’amico Rosario ricorda: << _i morti sono morti_ >>. Quelli che lui chiama amici, hanno vissuto la vita che si erano scelti, una vita schifosa con un finale schifoso. Loro due, invece hanno l’opportunità di essere liberi da quelle catene. Con il canto, dice in una strofa: “ _‘Stu viento tene ‘o sapore da’ libertà_ ” Ed a questo punto fa un ragionamento che mi resterà impresso per sempre. Cito a memoria: << Per chi vuoi morire? Per chi vale la pena morire? Per un boss che ti ha sempre mandato a morire per i comodi suoi? Ne vale la pena?>>. Più o meno aggiunge: <<L’amore è l’unica ricchezza vera per cui vale la pena vivere>>. Si tratta di una commedia, la retorica serve un poco a ridere, un poco alle emozioni, un poco anche a far finta di pensare. Però le parole sono sollecitazioni e mi è venuto in mente *monsignor Bruno Forte* : << _Io ripeto spesso un proverbio napoletano che dice così: "Se po’ campà’ senza sapé’ pecché, ma nun se po’ canpà’ senza sapé’ pe’ chi", che significa: "Si può vivere senza sapere perché, ma non si può vivere senza sapere per chi_ >>.  Così quella scena finale del bel film, è un cameo della memoria. Buttare la vita senza sapere per chi morire, avere qualcuno per cui morire. Ciro ha rischiato tutto per amore. Il riscatto esistenziale, non un amore qualunque, ma un amore per cui essere disposti a morire. “ _Con il vento che porta il sapore della libertà_ .” Il vento non è forse segno dello Spirito? Nel film forse tutto questo non c’è, o forse sì. Gli autori mettono nelle storie i segni delle proprie esperienze. Incredibile il numero di personale dello spettacolo, dagli artisti, agli autori, ad altre figure, che si sono formate negli oratori ed è in quelle esperienze che hanno trovato la loro vocazione. Pertanto che scherzando, scherzando, i  Manetti Bros,  Marco e Antonio,  abbiamo messo lì, nel loro copione,  qualche battuta che echeggia chissà il catechismo, oppure nemmeno gli sia passato per la mente, per ora non posso saperlo. Ma di certo la scena tra Ciro e Rosario lascia spazio a questa riflessione. Fissa, ridendo, ridendo, questo concetto, *vale la pena vivere se si ha un amore per cui morire* . Per me cattolico, pensare a Gesù, a tutti quelli che per Lui danno la vita nell’evangelizazione, nella testimonianza, nella preghiera, nel martirio, mi viene naturale. Per dire cosa? Per dire che questa vita cristiana offre davvero tutto quello che l’uomo cerca nel profondo del suo cuore. Anche in film per ridere: ridendo, ridendo il cuore può aprirsi a preziose verità.
                                                              Arturo Lanìa



venerdì 1 settembre 2017

Le dieci vergini

Le dieci vergini

Sinceramente, nella vita vi sarà capitato di trovarvi di fronte ad un ventaglio di scelte, sapendo che qualunque cosa avreste fatto certamente avreste sbagliato? Se mai vi è capitato, vi è impossibile sapere cosa vi siete persi. Una gamma di emozioni pazzesche. Al contrario può esservi capitato, o quanto meno di conoscere delle persone, che qualsiasi cosa avrebbero scelto avrebbero scelto bene. In una parola, impossibile sbagliare. Se l'esperienza non è personale, ma riguarda altri, generalmente sono tipi che si perdono di vista per un poco di anni. Poi li rivedi e fai fatica a capire come abbiano potuto sbagliare. Come dire, l'errore nell'elenco delle opzioni era assente. Da dove lo hanno preso? Il Vangelo di oggi, quello delle dieci vergini, mi fa pensare. Per quelli che volessero leggerlo ricordo che è un brano di Matteo, capitolo 25, dal versetto uno al tredici. Racconta di uno schema di vita a prova di errore. Dieci vergini, tutte destinate ad uno sposo, immagino un principe. Tutte e dieci pronte. Tutte vanno incontro allo sposo, tutte, come l'usanza, hanno preso le lampade. Lo sposo tarda, per tutte e dieci. Insieme si assopiscono e si addormentano. Un grido annuncia l'arrivo dell'atteso, tutte e dieci lo sentono. Si svegliano tutte e si preparano. Prendono le lampade, ma solo cinque hanno pensato a portare l'olio. Altre cinque, ne sono sprovviste. Che sceme. Infatti sono le vergini stolte, che per contrasto fanno meritare alle altre l'aggettivo di sagge. Datecene un poco del vostro, chiedono le sceme. Impossibile, mancherebbe anche a noi, la cosa migliore è che lo andiate a comprare. Giustamente si esprimono così le altre.  Senza la lampada accesa, niente accoglienza dello sposo, niente matrimonio. Ed ecco che le sceme, da quando potevano solo far bene, ora qualunque cosa sceglieranno, possono solo sbagliare. Infatti, mentre vanno a comprare l'olio, lo sposo arriva e restano escluse dal matrimonio. Pensiamoci un attimo, quanto olio può servire ad una lampada? Una boccetta. Per la sbadataggine di lasciar perdere di farne scorta, sono passate in un istante da una vita ben riuscita ad un fallimento. Lo scrivo senza fare il saputo, a me è successo. L'esperienza conta. Le care sagge mica sanno come andranno le cose. Altrimenti avrebbero suggerito alle altre cinque di fare come loro. Al contrario tacciono su questo, in quanto agiscono semplicemente secondo natura o meglio, come le hanno educate a fare chi le ha formate. L'orario di arrivo dell'amato sposo è sconosciuto anche a loro. Trattandosi di una boccetta sanno bene che è impossibile condividere l'olio e credono di dare un buon consiglio: andate a comprarne e tornate. Sarà un’esperienza per tutte scoprire che l’arrivo del principe sarebbe stato repentino, soprattutto tenuto conto dell’attesa a cui le aveva sottoposto il ritardo. Sappiamo tutti che è proprio così. Le cose nella vita che sembrano non debbano accadere più, poi accadono all’improvviso. Se le cinque sceme avessero avuto il buon consiglio di una che era stata scema prima di loro, sarebbero convogliate a nozze tutte e dieci. Dunque la partita della vita si gioca con una semplice boccettina d’olio. Mi pare proprio il caso di dire, è Vangelo. Così faccio appello a tutti i genitori, i professori, i formatori di qualunque tipo, di informare, i giovani in particolare, di questa conoscenza, di questo si tratta. Di andare incontro alle tappe fondamentali delle propria vita, muniti della boccettina d’olio. Cosa possa essere, ciascuno lo sa. Tralascio di fare gli esempi dei casi miei, per evitare di rendere barbosa questa riflessione: se avessi… Quello che è fatto è fatto. Propongo qualche generalizzazione. Cambiamenti di atteggiamenti, lavoro per migliorare delle convinzioni, abbandono dei soliti errori. Umiltà per aspettare, ragionevolezza per inquadrare la situazione. Aggiungerei qualche buon consiglio a cui attingere. Per non dire di quanto imbrigliano gli attaccamenti a certi vizi. Stamani riflettevo cu certi casi di avarizia che ho conosciuto. Si pensa sempre che l’avarizia sia un atteggiamento conservatore. Al contrario è come il buco in un secchio. Fa perdere di valore quello che si possiede. L’avaro la boccetta l’avrebbe lasciata a casa, per non sciuparla, lo scemo. L’avarizia deprime i valori della vita, affetti, amicizia, stima. L’olio che si possiede evapora. Temo che i giovani di oggi li stiano formando da avari. Da ragazzo se portavo gli amici in pizzeria per il mio compleanno pagavo per tutti. Oggi si usa che ognuno paghi per se. Questo è un fatto antropologico. Ciascuno è abituato a pensare solo a se. Al contrario la vita richiede che si impari a pensare all’altro. A come andargli incontro. Tutte le religioni insegnano questo, persino quelle laiche. Lo fanno semplicemente in quanto è così. Pertanto la storia delle vergini mette a disposizione una necessaria informazione. La boccetta d’olio è indispensabile, la lampada deve restare accesa, altrimenti la vita si ferma. Poi chi non lo vuole capire è libero. Gli scemi ci sono sempre. A me piace aggiungere un seguito alla storia raccontata da Matteo. Tre delle cinque vergini passeranno il resto della vita a piangere e recriminare su come sono andate le cose. Caso mai accusando le cinque fortunate di essere state tanto crudeli da non aver voluto condividere. Poi moriranno. Due invece, tornate a casa guarderanno la boccetta d’olio e si renderanno conto che di essere state proprio delle sprovvedute. Così si risolveranno di dedicare la vita a preparare altre vergini, avendo cura di insegnar loro l’importanza della piccola boccetta. Così saranno felici formando altre alla felicità. La loro vita sarà una missione e il loro operato la più preziosa grazia per le giovani fanciulle che per sempre le saranno grate. Quando moriranno tutti le rimpiangeranno, e il racconto del loro servizio sarà passato di generazione in generazione come esempio. Guardate bene, che nella vita vera le cose vanno proprio così.
                                                                  Arturo Lanìa


giovedì 31 agosto 2017

Quo vadis? Per queste strade familiari e feroci

Quo vadis? Per queste strade familiari e feroci
Ogni lettore sa che per quanti libri possa leggere nella sua vita, ce ne sono due di cui si innamorerà per sempre. Li ama talmente tanto, che qualunque forma di pensiero possa mai elaborare, le prime idee li attinge sempre da lì. Gli stanno in testa, come il ritornello di una canzone. Solo che il ritornello passa, i libri no. Così è anche per me. Sottolineo subito una singolare coincidenza. Sono un camminatore. Mi piace passeggiare, da sempre, persino da piccolo. Se mai si guadagnasse camminando, sarei quanto meno benestante. Date le mie scarse finanze, be’ sì è possibile che sia più un’attività da sfaccendato. Vero è che di tesori ne ho messi da parte. Sono le storie che incontro durante le mie passeggiate. In ogni caso, se il verbo che regge questa mia passione è “camminare” e i libri della vita sono “Quo Vadis?” e “Per queste strade familiari e feroci” la singolare coincidenza si nota subito. Per non dire che i due titoli, sembrano l’uno la risposta alla domanda dell’altro. Mi fa pensare che nella vita ci sia sempre una logica, una coerenza. Solo che per vederla c’è bisogno di mettere uno accanto all’altro i vari elementi. “Ė l'invisibile che rende esperti e sapienti, non il visibile”.  Henryk Sienkiewicz nel suo romanzo mette davvero tanta gente. Se avete visto il film, non è possibile capirmi, scusatemi, ma è un polpettone. Il libro al contrario è coinvolgente, bello, emozionante, mi ha stimolato a pensare. Due personaggi in particolare sono diventati per me paradigmatici. Crispo. I lettori sanno che sul piano della narrazione è un non protagonista. Eppure è tanto importante. Severo, austero, pensa solo al peccato e se potesse metterebbe a bacchetta anche Pietro. Nonostante sto’ caratteraccio è il “formatore” della dolce, buona, gentile Licia, che si innamora di un pagano. Il libro chi lo ha letto, lo ha letto e chi no, consiglio di farlo, è un vero piacere. Ma qui non è la storia che voglio commentare, ma un concetto. Nella prima comunità cristiana, come la vede  Sienkiewicz e come si può anche dedurre dalle lettere di Paolo, ci sono personaggi di tante personalità. Caratteri, idee, forse persino teologie differenti. Finiranno tutti sulla croce. Quindi se tutti martiri, tutti testimoni e santi. Crispo appeso alla croce resta fedele alla sua personalità e lancia invettive e rimproveri finché non spira. A tenerli insieme tutti, a guidarli, a ricordargli Cristo e il suo Vangelo è Pietro. Non senza doversi confrontare con personaggi come Crispo, ma anche con i problemi procurati dalla dolcezza di Licia e dal suo amore. Mica i buoni e i bravi non creano problemi! Hai voglia se li creano. Gesù con i suoi ne ha passate prima, durante e dopo. Il romanzo si chiama così, perché Sienkiewicz si immagina Pietro che fugge dalle persecuzioni. Lungo la via di fuga incontra Gesù che gli chiede: <<Quo vadis?>>. Insomma il fondamento della Chiesa nascente stava ancora imparando. Questo quadro è uguale ai giorni nostri. Ora io due lettrici ho, se mi metto a scrivere troppe cose, finisce che perdo anche loro. Mi limito solo a pensare a tutti quei cristiani cattolici che ce l’hanno a morte con il Papa. Per citare uno famoso, Antonio Socci, giornalista, autore di libri, antipapa Francesco sviscerato. Sul suo blog scrive ogni giorno <<che brutto Papa che abbiamo, brutto e cattivo>>. Insomma non gli piace. Al contrario di me, che medito tutte le parole di Papa Francesco, come una grazia per la mia vita. Siamo diversi nelle idee, mi pare evidente. Eppure a suo tempo pregai per la figlia di Antonio, apprezzai alcuni suoi testi, meno, certi interventi giornalistici, ma tutto è opinabile. Credo che vada a messa ogni giorno, preghi il Rosario e conosca il Catechismo. Come faccio a considerarlo diversamente da un fratello nella fede? Forse se discutessimo di politica, l’immigrazione per esempio, finiremmo per litigare. Politica, calcio, secondo me anche arte e cultura, sono temi che si prestano alla contrapposizione, quindi si può, anzi, si deve litigare. Ma se ci inginocchiamo entrambi davanti all’ostia consacrata, siamo inevitabilmente dalla stessa parte. Insomma Crispo, credetemi era davvero insopportabile, ma salì sulla croce. Ora basta tristezza e facciamo entrare in scena l’altro personaggio emblematico, il buon Petronio. Pagano, libertino, colto, ricco. L’idea di convertirsi nemmeno lo ha sfiorato. Una mia conoscenza, missionario in Giappone, una volta mi disse: <<La prima cosa che ho imparato è che il pagano è un uomo profondamente religioso e spirituale>>. Qui mi permetto di aggiungere, anche l’ateo. Lo sono stato per i primi dieci anni della vita adulta, posso ben dirlo. Petronio conosce l’amore ed è dotato di intelligenza e sapienza. Ama il nipote Marco, innamorato di Licia e lo aiuta in tutti i modi. Ama, nel senso suo, la sua schiava Eunice, che lo realizza nei sentimenti. Con l’intelligenza riconosce la follia di Nerone e i segni di un’epoca che tende al declino. Un personaggio speciale, sarà lui a salvare Marco e Licia. Nella Bibbia, ci sono due grandi pagani, chiamati servi di Dio. Ciro il Persiano e addirittura Nabucodonosor di Babilonia. Da Costantino a Mussolini, la Chiesa ha avuto tanti vantaggi dai pagani. Per non dire che gli amici sono stati fonte di guai e gli avversari, i non credenti, sono stati preziosi alleati. Penso proprio che chi volesse dedicarsi ad una riflessione alla ricerca di attinenze nel contemporaneo, praticherebbe un esercizio intellettualmente divertente. Pensare è un piacere. La storia di  Sienkiewicz ha anche altro da offrire, ma è venuto il momento di passare al bel romanzo di Ferruccio Parazzoli. Se non lo avete letto, difficilmente vi riuscirete, è fuori edizione e mai più ristampato. In breve è la storia di un prete, don Ennio, a cui piace passeggiare per incontrare storie. Qui, subito spezzo una lancia in mio favore. Dato che don Ennio non è ricco, ma nemmeno uno sfaccendato, eppure passeggia, allora è possibile dedurre che passeggiare non sia per forza attività da sfaccendato. Anzi, lo spunto è che sia uno strumento principe per capire le persone che abitano il quotidiano delle strade familiari e le difficoltà per gli accadimenti feroci che gli capitano. Ma anche altro. La complessità dei sentimenti, degli sviluppi esistenziali, del coacervo di contraddizioni che muovono e compongono la vita delle persone. Così incontra il prete missionario che dopo anni di missione ha perso il senso della sua vocazione e abbandona. Il prete che dopo anni di fabbrica ha trovato nella vocazione la strada di senso della vita. L’anziano prete che nella solitudine della povertà preserva integra la sua vocazione dell’infanzia. Poi ci sono quel mondo di laici in cerca di cose che non hanno nome o forma chiara, né luogo dove andarle a cercare. I giovani, le persone mature con le loro ferite, la giovane volontaria, di cui don Ennio si è innamorato, vittima di uno stupro. Personaggi per niente di fantasia. Conosco anche io missionari che hanno perso il senso della missione. Ne ho un elenco, ma uno in particolare lo cito. Un religioso carismatico, riferimento di tanti, soprattutto giovani. Mi dispiace non averlo più incontrato, spero che accada. Vorrei conferma, che con un altro ruolo, sta comunque lavorando ancora la buona vigna del Signore. Davvero un uomo eccezionale. Anche gli altri personaggi, nella vita reale li ho incontrati. Un sacerdote che era stato guardia carceraria. Un anziano prete che ancora regge una piccola cappella, tenendo viva una comunità. Dei giovani poi, credo non ho bisogno di citare i casi personali, meno che mai tutte le persone ferite, né raccontare le contraddizioni dei fatti della vita con le istanze di speranza della fede. Forse è giusto solo ricordare un fatto appena accaduto. Nel terremoto di Ischia,  la sorella Lina è morta per trovarsi sotto la chiesa, i cui calcinacci l’hanno mortalmente colpita, per essere andata a svolgere un servizio di preghiera. Donna socialmente attiva, madre di sedici figli. Davvero un accadimento stridente con la speranza. Eppure la sua vicenda ha acceso i cuori della fede anziché spegnerli.  
La mia conversione alla fede cattolica avvenne in età adulta, come detto, dopo anni di ateismo. Facile non è mai stato, né repentino. Poco a poco in me è nato un amore e quando c’è quello si va sempre avanti. Le difficoltà stanno nel comprendere il mondo e le persone che mi girano intorno. Frustano costantemente tutte le aspettative. I fratelli e le sorelle che incontro nelle chiese sono rissosi, mendaci, speso ipocriti, traditori, sparlatori, affaristi. Quando penso che una chiesa vuota è lo spazio migliore per credere, mi devo confrontare con i loro slanci di carità, di fraternità, di fede. Senza questi due testi qui accennati, non potrei capirli, non potrei tenere concettualmente insieme tutta la complessità, le contraddizioni che esprimono. Credo che nemmeno potrei capire i Vangeli, la loro connessione con la realtà, la loro funzione nella quotidianità, la loro possibilità di ispirare la concretezza. Nemmeno avrei capito Gesù, il suo camminare, anche lui, ho speranza che sia una buona attività anche per me, il suo incontrare, il suo seminare, il suo sorprendere, il suo continuo contraddire.
Oltre ai Vangeli per capire ho bisogno di letteratura. Questo mio sistema in realtà ho scoperto essere abbastanza diffuso. Potrei citare figure auliche, già sante, ma fa d’uopo mettermi in relazione con qualcuno di più normale.
Don Marco Pozza è un sacerdote molto noto grazie ai media. Da quello che si vede, sembra una persona speciale. Se non nel carattere, nel suo pensare assomiglia a don Ennio del romanzo. Don Marco una volta ha detto, sono incline ad essere un intellettuale ed ho bisogno della letteratura per capire il mondo. Una comprensione che gli fa scrivere libri, tenere un blog, fare conferenza. Ma anche, dopo anni con i giovani, servire oggi “i maledetti” del carcere di massima sicurezza "Due Palazzi" di Padova di cui è cappellano. Aspetta ancora Gesù. Per questa attesa, considera il tempo uno spazio di servizio e di crescita. Mica è possibile servire senza crescere. Si conquista la fede ogni giorno. Né amicizie, né circostanze, né le possibilità che gli da la vita, le considera sue, per il suo uso e consumo, ma opportunità di realizzare la chiamata. La sua natura è convulsa, attiva, fervente, forse nella realtà sarà anche pieno di contraddizioni. Ma combatte. La sua esuberanza al servizio della lotta. Per restare attaccato al Vangelo, usa la letteratura, a partire da Antoine de Saint-Exupéry, che oltre a “Il Piccolo Principe”, ha scritto altre opere, come “La Cittadella.  
Ora, come concludere sto po’ po’ di carrellata? Potrei dire “leggere fa bene”, tanto valeva scriverlo subito ed evitare lo sforzo di mettere su carta queste quattro sciocche riflessioni. Cosa dire allora? Mi viene questo. Il mondo intorno a me è incomprensibile. Nemmeno nella Chiesa ho trovato quell’ordine che ho sempre cercato. Eppure l’esperienza mi ha svelato che è dotato di un’invisibile coerenza, si muove lungo le traiettorie invisibili di un piano razionale. Dentro il coacervo di azioni ferine, si realizzano le opere di bene più belle, inaspettate e sorprendenti. Dividere le persone tra amici e nemici si è rivelato sempre una grande sciocchezza. Al contrario accettare che chiunque possa fare tanto del bene quanto del male si è rivelato il più infallibile dei pronostici. Al ché avere tra le mani un po’ di personaggi letterari a cui fare riferimento per capirci un po’ qualcosa, ecco ora sì, aiuta, aiuta tanto. Per cui me lo si lasci scrivere. Per un cristiano serve prima di tutto il Vangelo. Ma poi per capirlo occorrono davvero tante e tante storie con cui metterlo in relazione.
Viva Papa Francesco, eletto, come tutti i Papi, dallo Spirito Santo, che come si sa, soffia dove vuole.
                                                                           Arturo Lanìa


lunedì 28 agosto 2017

Mentalità

Mentalità

Poi uno dice a che servono i social? Servono, servono. Una cosa così la vidi a Londra, nel Central Park, dove c'era uno spazio dedicato a chiunque volesse dire qualcosa. Qualunque cosa. Sciocchezze incluse. Amo la Democrazia e un poco alla volta comincio ad apprezzare i social. Certo devo capirli meglio, cambiare la mentalità. A proposito. Conosco le storie di tante persone la cui vita ha avuto sviluppi dipendenti da un foglio lanciato in faccia, da un calcio nei fondelli. Poteva essere poi un viaggio verso il basso, invece hanno cambiato mentalità e ne è venuta fuori una bella storia. Senza fare tutto l'elenco, cito di un paio di persone. Uno è Beppe Grillo, sono grillino da quando ero piccolino. No M5S, no! Anzi M5S, bhooo! Ma Beppe è un grande. Così, nel vedermi il suo spettacolo ho appreso che da ragazzo, all'esame di stato lo umiliarono. Ignorante e con un diploma del cavolo. Una pessima partenza. Le opinioni su di lui, figuriamoci, sono tutte legittime, ma la sua storia, una bella parabola umana e professionale. Di fallimenti, racconta, dopo ne ha vissuti parecchi. La mentalità l'ha dovuta aggiornare di continuo. L'altro tipo è il buon Steve Jobs. Con lui ho avuto la solita lezione. Uno crede di sapere tutto, caso mai perchè ha sentito qualcosa in televisione, così si fa un'idea. Sbagliata. Se si parte da qualche notizia e la si impasta con le proprie opinioni, ne viene fuori sempre e solo una schifezza di pensiero. Ho visto un documentario su di lui. Mi hanno impressionato i suoi insuccessi. Due passaggi, poi, sono stati una vera scoperta. Nel 1985 Jobs fu cacciato dalla Apples, licenziato. Steve Jobs la fonda e poi lo cacciano? Dodici anni dopo la riconquista. Quella sconfitta lo amareggiò ancora per molti anni. L'altra scoperta, questa l'ho presa da Wikipedia, è la sua partenza nella vita. Figlio di un siriano e di una svizzera i suoi genitori lo danno in adozione. Brutta partenza, mi sembra? Eppure, la sua parabola è straordinaria, direi, storica. Quando lo colpì il cancro tenne il celebre discorso all'Università di Stanford, il 12 giugno 2005. Le sue parole sono ormai incise dovunque. "Il vostro tempo è limitato. Non sprecatelo a vivere la vita di qualcuno altro". Nello stesso discorso, come in tutti i discorsi che ha fatto, invitava ad essere creativi. Tradotto, significa non fate le cose nello stesso modo, aggiornate la mentalità. Bello a dire tutte queste cose, vero? Voglio aggiungere un fatto personale. Nella mia vita mi è capitato di veder crescere una coppia di fratelli gemelli. Dato che mi trovavo, ho dato un piccolo contributo anche alla loro formazione. Ho provato a dargli una mentalità. Uno dei due era più discolo, poco o niente responsabile, cose così, da bimbi. Ma non mi sembrava una cosa buona lo stesso. Così, dicevo, provai a dare qualche nozione di cambiamento. Ma ché, risultati zero. Un giorno ebbe un comportamento talmente inaccettabile che lo afferrai di peso e lo cacciai da un negozio dove eravamo entrati. Non dissi niente, lo cacciai fermamente in silenzio. Fermezza e silenzio sono un metodo, non avevo dato sfogo ad un momento di nervosismo, applicai solo un metodo. Credo che passò circa un mese prima che si facesse rivedere. Ora sono passati circa otto anni. Uno dei di due mi è molto affezionato, l'altro mi vuole bene. Indovinate chi? Per non dire che è un giovanotto posato, responsabile, educato. Scientificamente non si può dire niente. Quanti fattori possono essere intervenuti. Ma dato che di storie così ne ho sentite raccontare tante e lo ho viste, mi sono fatto una convinzione. La mentalità va costantemente aggiornata. Se vuoi dare un contributo a dei giovani, come a degli amici, una bella cosa è aiutarli a cambiare mentalità. So da una passata vita da giocatore, che quando si hanno tante buone carte in mano non significa nulla, l'esito della partita dipende solo da come giochi. Se qualcuno, oltre alle mie due care lettrici, che spero sempre di non annoiare, capitasse su questa sciocchezzuola che ho scritto, stavolta credo che qualcosa di buono può tirarla fuori.
La mentalità va aggiornata e se hai un amico che ti aiuta a farlo hai davvero trovato un tesoro. Ma i tesori vanno meritati. Se uno è attaccato alla sua mentalità e non vuole cambiare, seguirà la sua parabola. Come tutti. Allora, mi piace scriverlo, ci si vede nella prossima vita.

                                                                                                  Arturo Lania