domenica 28 gennaio 2018
martedì 9 gennaio 2018
*Sarà capitato anche a voi*
- Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa sentire una specie di orchestra suonare suonare suonare suonare zum zum zum zum zum zum zum zum zum. –
Una piacevole canzonetta del 1969, cantata dalla grande Mina, inizia così. L’onomatopeico “zum zum zum” che simpaticamente intonava la nostra, sulla carta assume una sonorità meno dolce, più alienante. Come le parole che arrivano continuamente nelle nostre teste. Il tempo a disposizione da vivere con i nostri affetti diventa sempre meno. La maggior parte del tempo in viaggio verso il lavoro, a lavoro, di ritorno da lavoro. Poi le incombenze della gestione familiare, al market, dal medico, negli uffici burocratici. Sarà capitato anche a voi che il parlare della moltitudine che ci circonda di venti “zum zum zum”. A volte si distinguono stringhe di parole. Non tanto per il fatto che abbiano un interesse particolare, ma in quanto così ripetute, così zum zum zum, che ormai si distinguono dagli altri suoni vocali. Sarà capitato anche a voi, di sentirsi dare del matto. Matto, quando chiedi a qualcuno di non spingere in una fila. Matto, se dici a qualcuno che non sei d’accordo con quello che dice. Addirittura, malato mentale, frustrato pieno di problemi, se rimproveri la poca educazione. E va di lusso, ad una mamma di Torino, che ha rimproverato degli adolescenti per le bestemmie che dicevano in un parcheggio, davanti al figlioletto, l’hanno pestata a sangue. Vero che le parole feriscono, ma sempre meglio dei cazzotti. Zum zum zum. Sarà capitato anche voi, credo. A me si e sotto i miei occhi capita anche ad altri. Un’onomatopeica diffusiva, radialmente, raggiunge sempre più ambiti. Aumentano gli estranei anziché i familiari. Sarà capitato anche a voi di accorgervi che quest’anno, sottolineo per la prima volta, le persone avevano una grande difficoltà a fare gli auguri di Natale. In questo spirito è lecito e consequenziale cercare luoghi di mitezza, ma l’esito spesso è deludente. Sarà capitato anche a voi accorgervi che nelle parrocchie, pare che le persone cerchino più il branco per la forza dell’appartenenza, che lo spirito di comunità. Così sulle loro bocche eccheggiano zum zum zum minacciosi. Quello che non vi sarà capitato è un matto affibbiato per aver confidato un fermo desiderio di ricerca della pace. Interiore, allontanando ogni esogena corrosiva alchimia. Certo “nessun uomo è un'isola”, per questo non è il ritiro dal mondo la soluzione, ma la messa in campo di nuove idee, che rafforzino e migliorino la visione del mondo, per starci dentro, senza farsi inquinare. Così che tutto sommato, zum zum zum può diventare anche un simpatico motivetto. Come si sa, se la Provvidenza provvede ogni buona intenzione può avere un buon esito. Oggi mi sono arrivate le parole del celebre monaco Anselm Grün: « *_La gratitudine è l’atteggiamento da tenere nei confronti di Dio, ma anche nei confronti della propria vita. Siamo grati per l’amore che possiamo provare. Sperimentiamo che in fondo l’amore è sempre un dono che ci viene immeritatamente concesso … Questa gratitudine, come sempre quando si tratta di spiritualità, necessita di essere espressa. E deve essere praticata anche nella quotidianità_* ». Mi pare un grande aiuto. Ne ho anche un’altra: « *_Nella mia anima posso creare un luogo dell’eternità all’amore. Questo implica che io non mi fissi sulla mancanza di amore per cui sto soffrendo, che non passi il tempo a guardarmi attorno per vedere se gli altri mi amano oppure no. Al contrario, posso immaginare di avere dentro di me una sorgente di amore divino che non inaridisce mai, che non si prosciuga mai, che è eterna_* ». Questa è un poco più impegnativa, richiede una certa attitudine. Però, sapendo dove andare è sempre più facile camminare. Magari proprio con l’aiuto di un simpatico motivetto: _matto matto matto_ . Anche perché i matti in genere hanno belle storie da raccontare, forse per aver vissuto meglio la vita.
Arturo Lania
- Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa sentire una specie di orchestra suonare suonare suonare suonare zum zum zum zum zum zum zum zum zum. –
Una piacevole canzonetta del 1969, cantata dalla grande Mina, inizia così. L’onomatopeico “zum zum zum” che simpaticamente intonava la nostra, sulla carta assume una sonorità meno dolce, più alienante. Come le parole che arrivano continuamente nelle nostre teste. Il tempo a disposizione da vivere con i nostri affetti diventa sempre meno. La maggior parte del tempo in viaggio verso il lavoro, a lavoro, di ritorno da lavoro. Poi le incombenze della gestione familiare, al market, dal medico, negli uffici burocratici. Sarà capitato anche a voi che il parlare della moltitudine che ci circonda di venti “zum zum zum”. A volte si distinguono stringhe di parole. Non tanto per il fatto che abbiano un interesse particolare, ma in quanto così ripetute, così zum zum zum, che ormai si distinguono dagli altri suoni vocali. Sarà capitato anche a voi, di sentirsi dare del matto. Matto, quando chiedi a qualcuno di non spingere in una fila. Matto, se dici a qualcuno che non sei d’accordo con quello che dice. Addirittura, malato mentale, frustrato pieno di problemi, se rimproveri la poca educazione. E va di lusso, ad una mamma di Torino, che ha rimproverato degli adolescenti per le bestemmie che dicevano in un parcheggio, davanti al figlioletto, l’hanno pestata a sangue. Vero che le parole feriscono, ma sempre meglio dei cazzotti. Zum zum zum. Sarà capitato anche voi, credo. A me si e sotto i miei occhi capita anche ad altri. Un’onomatopeica diffusiva, radialmente, raggiunge sempre più ambiti. Aumentano gli estranei anziché i familiari. Sarà capitato anche a voi di accorgervi che quest’anno, sottolineo per la prima volta, le persone avevano una grande difficoltà a fare gli auguri di Natale. In questo spirito è lecito e consequenziale cercare luoghi di mitezza, ma l’esito spesso è deludente. Sarà capitato anche a voi accorgervi che nelle parrocchie, pare che le persone cerchino più il branco per la forza dell’appartenenza, che lo spirito di comunità. Così sulle loro bocche eccheggiano zum zum zum minacciosi. Quello che non vi sarà capitato è un matto affibbiato per aver confidato un fermo desiderio di ricerca della pace. Interiore, allontanando ogni esogena corrosiva alchimia. Certo “nessun uomo è un'isola”, per questo non è il ritiro dal mondo la soluzione, ma la messa in campo di nuove idee, che rafforzino e migliorino la visione del mondo, per starci dentro, senza farsi inquinare. Così che tutto sommato, zum zum zum può diventare anche un simpatico motivetto. Come si sa, se la Provvidenza provvede ogni buona intenzione può avere un buon esito. Oggi mi sono arrivate le parole del celebre monaco Anselm Grün: « *_La gratitudine è l’atteggiamento da tenere nei confronti di Dio, ma anche nei confronti della propria vita. Siamo grati per l’amore che possiamo provare. Sperimentiamo che in fondo l’amore è sempre un dono che ci viene immeritatamente concesso … Questa gratitudine, come sempre quando si tratta di spiritualità, necessita di essere espressa. E deve essere praticata anche nella quotidianità_* ». Mi pare un grande aiuto. Ne ho anche un’altra: « *_Nella mia anima posso creare un luogo dell’eternità all’amore. Questo implica che io non mi fissi sulla mancanza di amore per cui sto soffrendo, che non passi il tempo a guardarmi attorno per vedere se gli altri mi amano oppure no. Al contrario, posso immaginare di avere dentro di me una sorgente di amore divino che non inaridisce mai, che non si prosciuga mai, che è eterna_* ». Questa è un poco più impegnativa, richiede una certa attitudine. Però, sapendo dove andare è sempre più facile camminare. Magari proprio con l’aiuto di un simpatico motivetto: _matto matto matto_ . Anche perché i matti in genere hanno belle storie da raccontare, forse per aver vissuto meglio la vita.
Arturo Lania
sabato 21 ottobre 2017
Gianni De Angelis
Ciao caro amico,
come
stai? Ho qualcosa da raccontarti. In questo momento ho proprio bisogno di un
amico a cui scrivere. Sono un solitario dalla nascita. Conosco tante persone,
ma non un amico a cui scrivere questo impasto di sentimenti ed emozioni che ho
sul cuore. Posso scrivere nel mio diario, ma il bisogno di scrittura è premessa
di condivisione. Scrivo quindi all’amico che vorrei avere. Ho messo il naso
contro il vetro. Avrei voluto attraversarlo e raggiungere Gianni, arrivare al suo letto di ospedale, nella sua stanza in rianimazione. Gianni De Angelis,
nella vita ha portato avanti la famiglia lavorando come informatore
farmaceutico, anche se per via della sua laurea lui si è sempre presentato come
farmacista. Sinceramente, quel mestiere lo proposero anche a me, risposi grazie
no. Il mio carattere è quello che è. Mi ancora, dico bene così, a Gianni De
Angelis un “ricordo base”. Il Signore mi ha chiamato a conversione dal mio
ateismo nel millenocentonovantacinque. Ha usato uno strumento che si chiama Cammino
Neocatecumenale, che da inizio ad ogni anno liturgico con un ritiro che si
chiama “Convivenza di inizio corso”. Correva l’ottobre
millenovecentonovantasei, in un posto dove c’era la neve, era gli ultimi anni
delle quattro stagioni, Gianni De Angelis era il capo equipe che portava avanti
quella convivenza, così chiama il Cammino i momenti di ritiro. Consegnò al mio
cuore delle parole bibliche: - Cercai l’amore dell’anima mia, /lo cercai senza trovarlo /
trovai l’amore dell’anima mia, /l’ho abbracciato e non lo lascerò mai! – Con queste parole Kiko Argüello, fondatore del Cammino
Neocatecumenale, musicò un brano del
Cantico dei Cantici. Parole misteriose, che oggi mi portano a cercare la
spiritualità del Carmelo. Poi l’annuncio kerigmatico: “Caritas Christi urget nos”, con il suo finale carico di patos,
quella postilla alla fine di un contratto che offre una grande avventura: “Guai a me se non annunciassi il Vangelo”.
La musica arricchì queste parole di una carica spirituale, di uno slancio e di
un entusiasmo che mi avrebbero poi portato in seminario. Solo che la mia
avventura è stata oggettivamente un disastro. La storia di don Maurizio Pallù,
che in seminario entrò nel millenovecentottantotto, la voce della sua testimonianza, missionario
in Nigeria, rapito due volte in un anno, mi hanno impressionato molto. Abbastanza
per capire che di fatto ho assecondato una certa pusillanimità. Sulle parole
che mi consegnò Gianni De Angelis avrei potuto fondare tutta la mia vita.
Parole testata d’angolo, così ingombranti che mai hanno permesso si potesse
costruire altro su di loro. Ancora oggi mi interpellano. Grato per averle
ricevute, tutt’ora nel duemiladiciassette. Ventidue anni dopo, grato ad un
altro essere umano per delle parole. Nemmeno sue, bibliche. Guardo attraverso
il vetro vedo la sua famiglia, ed il mio pensiero va al figlio che si sta
precipitando da Milano. Osservo il gruppo della elite dei suoi amici, un medico, un dirigente regionale, un
direttore sanitario, sono quelli che hanno potuto passare la “dogana” delle guardie
giurate. Gianni De Angelis è ricoverato per una terribile caduta, a seguito della
quale ha un ematoma di sette millimetri e fratture multiple, il cui elenco da i
brividi come un film horror. Da ragazzino frequentò la parrocchia,
poi il suo parroco, don Antonio Rotondo, buon anima, lo introdusse nel Cammino
Neocatecumenale, correva l’anno millenocentosettantotto. Una novità pastorale,
dal sapore elitario, che insieme ad
altri ha governato fino ad oggi. In una parola, si può ben dire, oltre a
lavorare, ha passato tutta la vita ad evangelizzare. Come si trova in questo
dramma? Alle quindici e quindici ha fatto circolare tramite Wathsapp un video
da –Bel Tempo si spera- di Tv 2000, con l’intervista ad Antonio Balestrieri il
marito di Lina Cutaneo, la sorella del Cammino Neocatecumenale, rimasta vittima
del terremoto di Ischia. Una profezia ed una chiave per leggere la storia. “Guai a me se non annunciassi il Vangelo”.
Guardo oltre il vetro che mi separa dall’anticamera della sala di rianimazione.
Due settimane prima sono entrato nel reparto di terapia intensiva da don
Antonio Carbone, vittima di un incidente stradale. Pochi giorni prima è salito
al cielo. Tenevo Gianni aggiornato di ogni cambiamento, chiedendogli preghiere.
La sera precedente, in una liturgia comunitaria, ha pregato proprio per l’anima
di don Antonio Carbone. Vorrei passare quel vetro, attraversare i suoi amici di
tutta la vita, attraversare persino la sua famiglia e raggiungerlo al suo
letto. Vorrei, come ho fatto con don Antonio, infilargli un’immagine della
Madonna che Scioglie i Nodi, tanto cara a Papa Francesco, sotto il suo cuscino.
In mezzo a quei suoi amici, che si conoscono da tutta la vita, non sono
nessuno. Ho solo tanta gratitudine nel cuore, per delle parole. Solo per delle
parole, di ventidue anni fa. Tra me e quel letto c’è troppa gente. Amici di una
vita, professionisti, farmi strada li in mezzo è difficile. Stacco finalmente
il naso dal vetro. Guardo al cielo. Tu solo Signore sai bene con quanta
pochezza ho trattato il tuo annuncio. Mi trema il labbro se penso che ancora mi
rivolgo a te. Dopo tanti anni rimango uno spudorato. Volevo essere prete e missionario
per le parole che mi consegnò Gianni. Né la prima intenzione né la seconda mi è
riuscita di realizzare. Ho sbagliato, ne
pago le conseguenze. Ma su quelle parole ho indirizzato tutta la mia storia e
con esse morirò, in un modo o in un altro. Pertanto, per avermi guadagnato a
te, ti prego per Gianni De Angelis, che già con un nome così, hai stabilito per
lui un programma. Ti chiedo di abbracciare lui, la moglie Cristina, i suoi
figli, che ha messo al mondo per amore tuo. Ti prego dal profondo del cuore, e
Tu sai bene come sia capace di essere riconoscente. Nella sua vita avrà fatto
migliaia di elemosine, ma credo che nessuno dei beneficiati lo ricordi. Per
quelle parole, nemmeno sue, che mai avevo sentito prima, lo benedico dal
profondo del cuore. Accetta Signore mio, questa gratitudine come una preghiera.
Concedile di salire a te come incenso. Abbraccialo a te. Abbraccia a te la sua
famiglia. Abbracciali tutti Gesù, per aver fatto conoscere il tuo nome tra le
genti. Te lo chiedo con il cuore colmo di gratitudine. Sia per te incenso
profumato.
Ecco, se avessi un amico a cui scrivere, gli invierei questa
lettera. Allora Gesù, posso scriverla a te?
Arturo Lania
giovedì 5 ottobre 2017
Ammore e malavita
Ammore e malavita
Ho scritto questa riflessione per una mia amica e mi fa piacere farne una condivisione.
Ieri sono andato al cinema a vedere un bel film: _Ammore e Malavita_. Uno spettacolo
gustoso e divertente: una commedia _noir_
ben riuscita. Nel finale i due killer, amici fraterni, Ciro e Rosario, che si
sono trovati nell’intreccio della storia su fronti contrapposti, si affrontano
nel duello finale. Che è fatto di parole e di canzone, anche se alla fine uno
dei due muore. La scena è veramente stupenda. Rosario rivendica il diritto a
vendicarsi: amici morti che gli premono sulla coscienza, patto di lealtà col
boss, si sente ferito da Ciro che ha tradito il clan “ _pe’ l’ammore ‘e ‘na femmena_ ”. Ciro, killer freddo e
altrettanto spietato di Rosario, rivede la sua storia. Orfano di padre, ucciso
da malavitosi. Adolescente, trova una famiglia nel clan che lo addestra a
uccidere, per difendere il boss. All’amico Rosario ricorda: << _i morti sono morti_ >>.
Quelli che lui chiama amici, hanno vissuto la vita che si erano scelti, una
vita schifosa con un finale schifoso. Loro due, invece hanno l’opportunità di
essere liberi da quelle catene. Con il canto, dice in una strofa: “ _‘Stu viento tene ‘o sapore da’ libertà_ ”
Ed a questo punto fa un ragionamento che mi resterà impresso per sempre. Cito a
memoria: << Per chi vuoi morire? Per chi vale la pena morire? Per un boss
che ti ha sempre mandato a morire per i comodi suoi? Ne vale la pena?>>. Più
o meno aggiunge: <<L’amore è l’unica ricchezza vera per cui vale la pena
vivere>>. Si tratta di una commedia, la retorica serve un poco a ridere,
un poco alle emozioni, un poco anche a far finta di pensare. Però le parole
sono sollecitazioni e mi è venuto in mente *monsignor
Bruno Forte* : << _Io ripeto spesso un proverbio napoletano
che dice così: "Se po’ campà’ senza sapé’ pecché, ma nun se po’ canpà’
senza sapé’ pe’ chi", che significa: "Si può vivere senza sapere
perché, ma non si può vivere senza sapere per chi_ >>. Così
quella scena finale del bel film, è un cameo della memoria. Buttare la vita
senza sapere per chi morire, avere qualcuno per cui morire. Ciro ha rischiato
tutto per amore. Il riscatto esistenziale, non un amore qualunque, ma un amore
per cui essere disposti a morire. “ _Con
il vento che porta il sapore della libertà_ .” Il vento non è forse segno
dello Spirito? Nel film forse tutto questo non c’è, o forse sì. Gli autori
mettono nelle storie i segni delle proprie esperienze. Incredibile il numero di
personale dello spettacolo, dagli artisti, agli autori, ad altre figure, che si
sono formate negli oratori ed è in quelle esperienze che hanno trovato la loro
vocazione. Pertanto che scherzando, scherzando, i Manetti Bros,
Marco e Antonio, abbiamo messo lì,
nel loro copione, qualche battuta che echeggia
chissà il catechismo, oppure nemmeno gli sia passato per la mente, per ora non
posso saperlo. Ma di certo la scena tra Ciro e Rosario lascia spazio a questa
riflessione. Fissa, ridendo, ridendo, questo concetto, *vale la pena vivere se si ha un amore per cui morire* . Per me
cattolico, pensare a Gesù, a tutti quelli che per Lui danno la vita nell’evangelizazione,
nella testimonianza, nella preghiera, nel martirio, mi viene naturale. Per dire
cosa? Per dire che questa vita cristiana offre davvero tutto quello che l’uomo
cerca nel profondo del suo cuore. Anche in film per ridere: ridendo, ridendo il
cuore può aprirsi a preziose verità.
Arturo Lanìa
venerdì 1 settembre 2017
Le dieci vergini
Le dieci vergini
Sinceramente, nella vita vi sarà capitato di
trovarvi di fronte ad un ventaglio di scelte, sapendo che qualunque cosa avreste
fatto certamente avreste sbagliato? Se mai vi è capitato, vi è impossibile
sapere cosa vi siete persi. Una gamma di emozioni pazzesche. Al contrario può
esservi capitato, o quanto meno di conoscere delle persone, che qualsiasi cosa
avrebbero scelto avrebbero scelto bene. In una parola, impossibile sbagliare.
Se l'esperienza non è personale, ma riguarda altri, generalmente sono tipi che
si perdono di vista per un poco di anni. Poi li rivedi e fai fatica a capire
come abbiano potuto sbagliare. Come dire, l'errore nell'elenco delle opzioni
era assente. Da dove lo hanno preso? Il Vangelo di oggi, quello delle dieci
vergini, mi fa pensare. Per quelli che volessero leggerlo ricordo che è un
brano di Matteo, capitolo 25, dal versetto uno al tredici. Racconta di uno
schema di vita a prova di errore. Dieci vergini, tutte destinate ad uno sposo,
immagino un principe. Tutte e dieci pronte. Tutte vanno incontro allo sposo,
tutte, come l'usanza, hanno preso le lampade. Lo sposo tarda, per tutte e
dieci. Insieme si assopiscono e si addormentano. Un grido annuncia l'arrivo
dell'atteso, tutte e dieci lo sentono. Si svegliano tutte e si preparano.
Prendono le lampade, ma solo cinque hanno pensato a portare l'olio. Altre
cinque, ne sono sprovviste. Che sceme. Infatti sono le vergini stolte, che per
contrasto fanno meritare alle altre l'aggettivo di sagge. Datecene un poco del vostro, chiedono le sceme. Impossibile, mancherebbe anche a noi, la
cosa migliore è che lo andiate a comprare. Giustamente si esprimono così le
altre. Senza la lampada accesa, niente
accoglienza dello sposo, niente matrimonio. Ed ecco che le sceme, da quando
potevano solo far bene, ora qualunque cosa sceglieranno, possono solo
sbagliare. Infatti, mentre vanno a comprare l'olio, lo sposo arriva e restano
escluse dal matrimonio. Pensiamoci un attimo, quanto olio può servire ad una
lampada? Una boccetta. Per la sbadataggine di lasciar perdere di farne scorta,
sono passate in un istante da una vita ben riuscita ad un fallimento. Lo scrivo
senza fare il saputo, a me è successo. L'esperienza conta. Le care sagge mica
sanno come andranno le cose. Altrimenti avrebbero suggerito alle altre cinque
di fare come loro. Al contrario tacciono su questo, in quanto agiscono semplicemente
secondo natura o meglio, come le hanno educate a fare chi le ha formate. L'orario
di arrivo dell'amato sposo è sconosciuto anche a loro. Trattandosi di una
boccetta sanno bene che è impossibile condividere l'olio e credono di dare un
buon consiglio: andate a comprarne e
tornate. Sarà un’esperienza per tutte scoprire che l’arrivo del principe sarebbe
stato repentino, soprattutto tenuto conto dell’attesa a cui le aveva sottoposto
il ritardo. Sappiamo tutti che è proprio così. Le cose nella vita che sembrano
non debbano accadere più, poi accadono all’improvviso. Se le cinque sceme
avessero avuto il buon consiglio di una che era stata scema prima di loro,
sarebbero convogliate a nozze tutte e dieci. Dunque la partita della vita si gioca con una semplice boccettina d’olio.
Mi pare proprio il caso di dire, è Vangelo. Così faccio appello a tutti i
genitori, i professori, i formatori di qualunque tipo, di informare, i giovani
in particolare, di questa conoscenza, di questo si tratta. Di andare incontro
alle tappe fondamentali delle propria vita, muniti della boccettina d’olio.
Cosa possa essere, ciascuno lo sa. Tralascio di fare gli esempi dei casi miei,
per evitare di rendere barbosa questa riflessione: se avessi… Quello che è
fatto è fatto. Propongo qualche generalizzazione. Cambiamenti di atteggiamenti,
lavoro per migliorare delle convinzioni, abbandono dei soliti errori. Umiltà
per aspettare, ragionevolezza per inquadrare la situazione. Aggiungerei qualche
buon consiglio a cui attingere. Per non dire di quanto imbrigliano gli attaccamenti
a certi vizi. Stamani riflettevo cu certi casi di avarizia che ho conosciuto.
Si pensa sempre che l’avarizia sia un atteggiamento conservatore. Al contrario
è come il buco in un secchio. Fa perdere di valore quello che si possiede. L’avaro
la boccetta l’avrebbe lasciata a casa, per non sciuparla, lo scemo. L’avarizia
deprime i valori della vita, affetti, amicizia, stima. L’olio che si possiede
evapora. Temo che i giovani di oggi li stiano formando da avari. Da ragazzo se
portavo gli amici in pizzeria per il mio compleanno pagavo per tutti. Oggi si
usa che ognuno paghi per se. Questo è un fatto antropologico. Ciascuno è
abituato a pensare solo a se. Al contrario la vita richiede che si impari a
pensare all’altro. A come andargli incontro. Tutte le religioni insegnano
questo, persino quelle laiche. Lo fanno semplicemente in quanto è così.
Pertanto la storia delle vergini mette a disposizione una necessaria
informazione. La boccetta d’olio è
indispensabile, la lampada deve restare accesa, altrimenti la vita si ferma.
Poi chi non lo vuole capire è libero. Gli scemi ci sono sempre. A me piace
aggiungere un seguito alla storia raccontata da Matteo. Tre delle cinque
vergini passeranno il resto della vita a piangere e recriminare su come sono
andate le cose. Caso mai accusando le cinque fortunate di essere state tanto
crudeli da non aver voluto condividere. Poi moriranno. Due invece, tornate a
casa guarderanno la boccetta d’olio e si renderanno conto che di essere state
proprio delle sprovvedute. Così si risolveranno di dedicare la vita a preparare
altre vergini, avendo cura di insegnar loro l’importanza della piccola boccetta.
Così saranno felici formando altre alla felicità. La loro vita sarà una
missione e il loro operato la più preziosa grazia per le giovani fanciulle che
per sempre le saranno grate. Quando moriranno tutti le rimpiangeranno, e il
racconto del loro servizio sarà passato di generazione in generazione come
esempio. Guardate bene, che nella vita vera le cose vanno proprio così.
Arturo Lanìa
giovedì 31 agosto 2017
Quo vadis? Per queste strade familiari e feroci
Quo
vadis?
Per queste strade familiari e feroci
Ogni lettore sa che per
quanti libri possa leggere nella sua vita, ce ne sono due di cui si innamorerà
per sempre. Li ama talmente tanto, che qualunque forma di pensiero possa mai
elaborare, le prime idee li attinge sempre da lì. Gli stanno in testa, come il
ritornello di una canzone. Solo che il ritornello passa, i libri no. Così è
anche per me. Sottolineo subito una singolare coincidenza. Sono un camminatore.
Mi piace passeggiare, da sempre, persino da piccolo. Se mai si guadagnasse
camminando, sarei quanto meno benestante. Date le mie scarse finanze, be’ sì è
possibile che sia più un’attività da sfaccendato. Vero è che di tesori ne ho
messi da parte. Sono le storie che incontro durante le mie passeggiate. In ogni
caso, se il verbo che regge questa mia passione è “camminare” e i libri della vita
sono “Quo Vadis?” e “Per queste strade familiari e feroci” la
singolare coincidenza si nota subito. Per non dire che i due titoli, sembrano l’uno
la risposta alla domanda dell’altro. Mi fa pensare che nella vita ci sia sempre
una logica, una coerenza. Solo che per vederla c’è bisogno di mettere uno
accanto all’altro i vari elementi. “Ė l'invisibile che rende esperti e sapienti,
non il visibile”. Henryk
Sienkiewicz nel suo romanzo mette davvero tanta gente. Se avete
visto il film, non è possibile capirmi, scusatemi, ma è un polpettone. Il libro
al contrario è coinvolgente, bello, emozionante, mi ha stimolato a pensare. Due
personaggi in particolare sono diventati per me paradigmatici. Crispo. I lettori sanno che sul piano
della narrazione è un non protagonista. Eppure è tanto importante. Severo,
austero, pensa solo al peccato e se potesse metterebbe a bacchetta anche
Pietro. Nonostante sto’ caratteraccio è il “formatore” della dolce, buona,
gentile Licia, che si innamora di un pagano. Il libro chi lo ha letto, lo ha
letto e chi no, consiglio di farlo, è un vero piacere. Ma qui non è la storia
che voglio commentare, ma un concetto. Nella prima comunità cristiana, come la
vede Sienkiewicz e come si può anche
dedurre dalle lettere di Paolo, ci sono personaggi di tante personalità.
Caratteri, idee, forse persino teologie differenti. Finiranno tutti sulla
croce. Quindi se tutti martiri, tutti testimoni e santi. Crispo appeso alla
croce resta fedele alla sua personalità e lancia invettive e rimproveri finché
non spira. A tenerli insieme tutti, a guidarli, a ricordargli Cristo e il suo
Vangelo è Pietro. Non senza doversi confrontare con personaggi come Crispo, ma
anche con i problemi procurati dalla dolcezza di Licia e dal suo amore. Mica i
buoni e i bravi non creano problemi! Hai voglia se li creano. Gesù con i suoi
ne ha passate prima, durante e dopo. Il romanzo si chiama così, perché Sienkiewicz
si immagina Pietro che fugge dalle persecuzioni. Lungo la via di fuga incontra
Gesù che gli chiede: <<Quo vadis?>>.
Insomma il fondamento della Chiesa nascente stava ancora imparando. Questo
quadro è uguale ai giorni nostri. Ora io due lettrici ho, se mi metto a
scrivere troppe cose, finisce che perdo anche loro. Mi limito solo a pensare a
tutti quei cristiani cattolici che ce l’hanno a morte con il Papa. Per citare
uno famoso, Antonio Socci, giornalista, autore di libri, antipapa Francesco
sviscerato. Sul suo blog scrive ogni giorno <<che brutto Papa che
abbiamo, brutto e cattivo>>. Insomma non gli piace. Al contrario di me,
che medito tutte le parole di Papa Francesco, come una grazia per la mia vita.
Siamo diversi nelle idee, mi pare evidente. Eppure a suo tempo pregai per la
figlia di Antonio, apprezzai alcuni suoi testi, meno, certi interventi giornalistici,
ma tutto è opinabile. Credo che vada a messa ogni giorno, preghi il Rosario e
conosca il Catechismo. Come faccio a considerarlo diversamente da un fratello
nella fede? Forse se discutessimo di politica, l’immigrazione per esempio,
finiremmo per litigare. Politica, calcio, secondo me anche arte e cultura, sono
temi che si prestano alla contrapposizione, quindi si può, anzi, si deve
litigare. Ma se ci inginocchiamo entrambi davanti all’ostia consacrata, siamo
inevitabilmente dalla stessa parte. Insomma Crispo, credetemi era davvero
insopportabile, ma salì sulla croce. Ora basta tristezza e facciamo entrare in
scena l’altro personaggio emblematico, il buon Petronio. Pagano, libertino, colto, ricco. L’idea di convertirsi
nemmeno lo ha sfiorato. Una mia conoscenza, missionario in Giappone, una volta
mi disse: <<La prima cosa che ho imparato è che il pagano è un uomo
profondamente religioso e spirituale>>. Qui mi permetto di aggiungere,
anche l’ateo. Lo sono stato per i primi dieci anni della vita adulta, posso ben
dirlo. Petronio conosce l’amore ed è dotato di intelligenza e sapienza. Ama il
nipote Marco, innamorato di Licia e lo aiuta in tutti i modi. Ama, nel senso
suo, la sua schiava Eunice, che lo realizza nei sentimenti. Con l’intelligenza
riconosce la follia di Nerone e i segni di un’epoca che tende al declino. Un
personaggio speciale, sarà lui a salvare Marco e Licia. Nella Bibbia, ci sono
due grandi pagani, chiamati servi di Dio. Ciro il Persiano e addirittura
Nabucodonosor di Babilonia. Da Costantino a Mussolini, la Chiesa ha avuto tanti
vantaggi dai pagani. Per non dire che gli amici sono stati fonte di guai e gli
avversari, i non credenti, sono stati preziosi alleati. Penso proprio che chi
volesse dedicarsi ad una riflessione alla ricerca di attinenze nel
contemporaneo, praticherebbe un esercizio intellettualmente divertente. Pensare
è un piacere. La storia di Sienkiewicz
ha anche altro da offrire, ma è venuto il momento di passare al bel romanzo di
Ferruccio Parazzoli. Se non lo avete letto, difficilmente vi riuscirete, è
fuori edizione e mai più ristampato. In breve è la storia di un prete, don
Ennio, a cui piace passeggiare per incontrare storie. Qui, subito spezzo una
lancia in mio favore. Dato che don Ennio non è ricco, ma nemmeno uno
sfaccendato, eppure passeggia, allora è possibile dedurre che passeggiare non
sia per forza attività da sfaccendato. Anzi, lo spunto è che sia uno strumento
principe per capire le persone che abitano il quotidiano delle strade familiari
e le difficoltà per gli accadimenti feroci che gli capitano. Ma anche altro. La
complessità dei sentimenti, degli sviluppi esistenziali, del coacervo di
contraddizioni che muovono e compongono la vita delle persone. Così incontra il
prete missionario che dopo anni di missione ha perso il senso della sua
vocazione e abbandona. Il prete che dopo anni di fabbrica ha trovato nella
vocazione la strada di senso della vita. L’anziano prete che nella solitudine
della povertà preserva integra la sua vocazione dell’infanzia. Poi ci sono quel
mondo di laici in cerca di cose che non hanno nome o forma chiara, né luogo
dove andarle a cercare. I giovani, le persone mature con le loro ferite, la
giovane volontaria, di cui don Ennio si è innamorato, vittima di uno stupro.
Personaggi per niente di fantasia. Conosco anche io missionari che hanno perso
il senso della missione. Ne ho un elenco, ma uno in particolare lo cito. Un
religioso carismatico, riferimento di tanti, soprattutto giovani. Mi dispiace
non averlo più incontrato, spero che accada. Vorrei conferma, che con un altro
ruolo, sta comunque lavorando ancora la buona vigna del Signore. Davvero un
uomo eccezionale. Anche gli altri personaggi, nella vita reale li ho
incontrati. Un sacerdote che era stato guardia carceraria. Un anziano prete che
ancora regge una piccola cappella, tenendo viva una comunità. Dei giovani poi,
credo non ho bisogno di citare i casi personali, meno che mai tutte le persone
ferite, né raccontare le contraddizioni dei fatti della vita con le istanze di
speranza della fede. Forse è giusto solo ricordare un fatto appena accaduto. Nel
terremoto di Ischia, la sorella Lina è
morta per trovarsi sotto la chiesa, i cui calcinacci l’hanno mortalmente colpita,
per essere andata a svolgere un servizio di preghiera. Donna socialmente
attiva, madre di sedici figli. Davvero un accadimento stridente con la
speranza. Eppure la sua vicenda ha acceso i cuori della fede anziché spegnerli.
La mia conversione alla
fede cattolica avvenne in età adulta, come detto, dopo anni di ateismo. Facile
non è mai stato, né repentino. Poco a poco in me è nato un amore e quando c’è
quello si va sempre avanti. Le difficoltà stanno nel comprendere il mondo e le
persone che mi girano intorno. Frustano costantemente tutte le aspettative. I
fratelli e le sorelle che incontro nelle chiese sono rissosi, mendaci, speso
ipocriti, traditori, sparlatori, affaristi. Quando penso che una chiesa vuota è
lo spazio migliore per credere, mi devo confrontare con i loro slanci di carità,
di fraternità, di fede. Senza questi due testi qui accennati, non potrei
capirli, non potrei tenere concettualmente insieme tutta la complessità, le
contraddizioni che esprimono. Credo che nemmeno potrei capire i Vangeli, la loro
connessione con la realtà, la loro funzione nella quotidianità, la loro
possibilità di ispirare la concretezza. Nemmeno avrei capito Gesù, il suo
camminare, anche lui, ho speranza che sia una buona attività anche per me, il
suo incontrare, il suo seminare, il suo sorprendere, il suo continuo
contraddire.
Oltre ai Vangeli per
capire ho bisogno di letteratura. Questo mio sistema in realtà ho scoperto essere
abbastanza diffuso. Potrei citare figure auliche, già sante, ma fa d’uopo
mettermi in relazione con qualcuno di più normale.
Don Marco Pozza è un
sacerdote molto noto grazie ai media. Da quello che si vede, sembra una persona
speciale. Se non nel carattere, nel suo pensare assomiglia a don Ennio del romanzo.
Don Marco una volta ha detto, sono incline ad essere un intellettuale ed ho
bisogno della letteratura per capire il mondo. Una comprensione che gli fa
scrivere libri, tenere un blog, fare conferenza. Ma anche, dopo anni con i
giovani, servire oggi “i maledetti” del carcere di massima sicurezza "Due Palazzi" di Padova
di cui è cappellano. Aspetta ancora
Gesù. Per questa attesa, considera il tempo uno spazio di servizio e di
crescita. Mica è possibile servire senza crescere. Si conquista la fede ogni
giorno. Né amicizie, né circostanze, né le possibilità che gli da la vita, le
considera sue, per il suo uso e consumo, ma opportunità di realizzare la
chiamata. La sua natura è convulsa, attiva, fervente, forse nella realtà sarà
anche pieno di contraddizioni. Ma combatte. La sua esuberanza al servizio della
lotta. Per restare attaccato al Vangelo, usa la letteratura, a partire da Antoine de Saint-Exupéry, che oltre a “Il Piccolo Principe”, ha scritto altre
opere, come “La Cittadella”.
Ora, come concludere
sto po’ po’ di carrellata? Potrei dire “leggere fa bene”, tanto valeva
scriverlo subito ed evitare lo sforzo di mettere su carta queste quattro sciocche
riflessioni. Cosa dire allora? Mi viene questo. Il mondo intorno a me è incomprensibile.
Nemmeno nella Chiesa ho trovato quell’ordine che ho sempre cercato. Eppure l’esperienza
mi ha svelato che è dotato di un’invisibile coerenza, si muove lungo le
traiettorie invisibili di un piano razionale. Dentro il coacervo di azioni
ferine, si realizzano le opere di bene più belle, inaspettate e sorprendenti. Dividere
le persone tra amici e nemici si è rivelato sempre una grande sciocchezza. Al
contrario accettare che chiunque possa fare tanto del bene quanto del male si è
rivelato il più infallibile dei pronostici. Al ché avere tra le mani un po’ di personaggi
letterari a cui fare riferimento per capirci un po’ qualcosa, ecco ora sì,
aiuta, aiuta tanto. Per cui me lo si lasci scrivere. Per un cristiano serve
prima di tutto il Vangelo. Ma poi per capirlo occorrono davvero tante e tante
storie con cui metterlo in relazione.
Viva Papa Francesco,
eletto, come tutti i Papi, dallo Spirito Santo, che come si sa, soffia dove
vuole.
Arturo
Lanìa
lunedì 28 agosto 2017
Mentalità
Mentalità
Poi uno dice a che servono i social?
Servono, servono. Una cosa così la vidi a Londra, nel Central Park, dove c'era
uno spazio dedicato a chiunque volesse dire qualcosa. Qualunque cosa.
Sciocchezze incluse. Amo la Democrazia e un poco alla volta comincio ad
apprezzare i social. Certo devo capirli meglio, cambiare la mentalità. A
proposito. Conosco le storie di tante persone la cui vita ha avuto sviluppi
dipendenti da un foglio lanciato in faccia, da un calcio nei fondelli. Poteva
essere poi un viaggio verso il basso, invece hanno cambiato mentalità e ne è
venuta fuori una bella storia. Senza fare tutto l'elenco, cito di un paio di persone.
Uno è Beppe Grillo, sono grillino da quando ero piccolino. No M5S, no! Anzi
M5S, bhooo! Ma Beppe è un grande. Così, nel vedermi il suo spettacolo ho
appreso che da ragazzo, all'esame di stato lo umiliarono. Ignorante e con un
diploma del cavolo. Una pessima partenza. Le opinioni su di lui, figuriamoci,
sono tutte legittime, ma la sua storia, una bella parabola umana e
professionale. Di fallimenti, racconta, dopo ne ha vissuti parecchi. La
mentalità l'ha dovuta aggiornare di continuo. L'altro tipo è il buon Steve
Jobs. Con lui ho avuto la solita lezione. Uno crede di sapere tutto, caso mai
perchè ha sentito qualcosa in televisione, così si fa un'idea. Sbagliata. Se si
parte da qualche notizia e la si impasta con le proprie opinioni, ne viene
fuori sempre e solo una schifezza di pensiero. Ho visto un documentario su di
lui. Mi hanno impressionato i suoi insuccessi. Due passaggi, poi, sono stati
una vera scoperta. Nel 1985 Jobs fu cacciato dalla Apples, licenziato. Steve
Jobs la fonda e poi lo cacciano? Dodici anni dopo la riconquista. Quella
sconfitta lo amareggiò ancora per molti anni. L'altra scoperta, questa l'ho
presa da Wikipedia, è la sua partenza nella vita. Figlio di un siriano e di una
svizzera i suoi genitori lo danno in adozione. Brutta partenza, mi sembra? Eppure,
la sua parabola è straordinaria, direi, storica. Quando lo colpì il cancro
tenne il celebre discorso all'Università di Stanford, il 12 giugno 2005. Le sue
parole sono ormai incise dovunque. "Il vostro tempo è limitato. Non
sprecatelo a vivere la vita di qualcuno altro". Nello stesso discorso,
come in tutti i discorsi che ha fatto, invitava ad essere creativi. Tradotto,
significa non fate le cose nello stesso modo, aggiornate la mentalità. Bello a
dire tutte queste cose, vero? Voglio aggiungere un fatto personale. Nella mia
vita mi è capitato di veder crescere una coppia di fratelli gemelli. Dato che
mi trovavo, ho dato un piccolo contributo anche alla loro formazione. Ho
provato a dargli una mentalità. Uno dei due era più discolo, poco o niente
responsabile, cose così, da bimbi. Ma non mi sembrava una cosa buona lo stesso.
Così, dicevo, provai a dare qualche nozione di cambiamento. Ma ché, risultati
zero. Un giorno ebbe un comportamento talmente inaccettabile che lo afferrai di
peso e lo cacciai da un negozio dove eravamo entrati. Non dissi niente, lo
cacciai fermamente in silenzio. Fermezza e silenzio sono un metodo, non avevo
dato sfogo ad un momento di nervosismo, applicai solo un metodo. Credo che
passò circa un mese prima che si facesse rivedere. Ora sono passati circa otto
anni. Uno dei di due mi è molto affezionato, l'altro mi vuole bene. Indovinate
chi? Per non dire che è un giovanotto posato, responsabile, educato.
Scientificamente non si può dire niente. Quanti fattori possono essere
intervenuti. Ma dato che di storie così ne ho sentite raccontare tante e lo ho
viste, mi sono fatto una convinzione. La mentalità va costantemente aggiornata.
Se vuoi dare un contributo a dei giovani, come a degli amici, una bella cosa è
aiutarli a cambiare mentalità. So da una passata vita da giocatore, che quando
si hanno tante buone carte in mano non significa nulla, l'esito della partita
dipende solo da come giochi. Se qualcuno, oltre alle mie due care lettrici, che
spero sempre di non annoiare, capitasse su questa sciocchezzuola che ho
scritto, stavolta credo che qualcosa di buono può tirarla fuori.
La mentalità va aggiornata e se hai un
amico che ti aiuta a farlo hai davvero trovato un tesoro. Ma i tesori vanno
meritati. Se uno è attaccato alla sua mentalità e non vuole cambiare, seguirà
la sua parabola. Come tutti. Allora, mi piace scriverlo, ci si vede nella
prossima vita.
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