lunedì 29 novembre 2010

Quando nei sentimenti ti preme una poesia ma le parole non vengono alla mente un'immagine ti parla e ti culla una melodia.

Foglia caduta gemme sbocciate colori caldi senza nostalgia di un'altra stagione rossi intensi già pronti per frutti il tempo che passa è sempre il tempo che viene.

mercoledì 24 novembre 2010

Cattedrale di Napoli - scene per ricordare

Ho fermato un pestaggio

Tornavo a casa con il buon sapore della serata passata a conversare su Bulgacov, la storia della Chiesa, ed altri argomenti così. Ero concentrato sul piacere intellettuale che ancora provavo, non mi ero nemmeno accorto che la piazza era immersa nel buio perché le sue luci erano ancora spente. L’avevo appena attraversata, quando alle mie spalle ho sentito come un tonfo di un grosso sacco che cade a terra. D’acchito non avrei voluto voltarmi. Non volevo essere disturbato dai miei pensieri. Poi ho sentito delle voci, non gridate, ma con tono di minaccia, ben riconoscibile anche a distanza. Tre individui erano intorno ad un uomo a terra, magro, tutto raggomitolato come quando ci si difende da un pestaggio. Il più grosso era alto almeno uno e novanta, e sapeva bene come picchiare, non colpiva a caso. Colpi ben assestati al volto, e l’uso delle nocche per incidere lo zigomo. Un altro, alto e magro, ogni tanto scalciava, ma più che altro sembrava eccitato dalla violenza di pestare un indifeso. Il terzo assisteva, con l’aria di chi si era trovato al posto sbagliato al momento sbagliato. Il più grosso non smetteva di colpire con la cadenza del professionista, la preda era a terra.
Stavo già riattraversando, mentre la mia psicologia borghese tentava di valutare la situazione. L’istinto ha un valore formidabile in certe circostanze, mentre la ragione è un intralcio. Così lasciandola a fare i suoi calcoli sul rischio, mi ero parato in mezzo a quel sabba. Avevo in mente quelle scene dei pestaggi notturni della polizia americana sugli immigrati. A terra c’era infatti un ubriaco dell’est, forse polacco. Solo da quel punto mi ero accorto della presenza del suo compagno, attonito, magro e bagnato, che non era nelle condizioni di fare nulla. In quell’istante mi sono reso conto del buio, della pioggerellina e del fatto che fossimo soli. Ero in pericolo. Ma di notte, nel buio, siamo tutti un pericolo. E il picchiatore lo sa. Fino a quel momento non c’erano testimoni e lui era il capo branco. Ora la scena era cambiata e l’adrenalina consumata, nel sangue stava cominciandogli al fare l’effetto tossico. Continuare, era chiaro, significava avere a che fare con me. Piccoletto per costituire una minaccia fisica, ma italiano. La mia sola presenza aveva cambiato la situazione. Quello che gli ho detto è quasi inutile, smettila, vattene. Era il mio corpo a parlare. Il corpo che testimoniava che l’uomo a terra non era più solo e l’uomo grosso non era più il capo branco indiscusso. Anche la sua ragione è intervenuta. Gli ha suggerito di giustificarsi, per questo so che tutto è nato per una sigaretta negata per cui lo straniero ha detto una parolaccia. Questo, sedutosi sul marciapiede, con lo zigomo sanguinante diceva – Ma che ho fatto? – Anche il suo compagno gli faceva eco con la stessa domanda – Ma che ha fatto? - .
Sono cattolico, ma non sono un ideologo della Caritas. Per tre anni sono stato missionario tra i disadattati di questa città. Non ci sono angioletti. Il buonismo lo lascio a chi fa il telespettatore di professione. Ma ieri sera l’uomo a terra era l’indifeso e l’uomo grosso il ricco occidente, che seduto nella sua bella macchina non sopporta il fastidio del povero. A cui ha sentito il diritto di impartire una lezione da cane. Voi da che parte sareste stati?

lunedì 22 novembre 2010

Ciao Antonietta

Antonietta è stata una donna mite e paziente tutta la vita. Siamo stati insieme nella stessa comunità neocatecuemnale da aprile di quest'anno. Dalla parrocchia da cui provengo il Cammino non c'è più, così sono venuto a San Giovanni in Porta San Gennaro. Lei e il marito Rosario sono stati per anni annunciatori del Vangelo. Certo, perchè lo hanno annunciato come catechisti, ma mi riferisco a quell'annuncio particolare e veritiero che è fatto con la testimonianza di vita. Una coppia esemplare, legata nella buona e cattiva sorte, conoscitori del Signore Nostro Gesù Cristo perchè a Lui si sono appoggiati tutta la vita. La parrocchia era piena di persone stamattina, venute a salutare l'anima di Antonietta che tornava alla casa del Padre. Questo viaggio nessuno può dire che non sia stato preparato negli ultimi giorni. Venerdì sera ci siamo incontrati per preparare la liturgia della Parola del prossimo mercoledì, sul tema - Morte -. Antonietta ha scelto di monire il vangelo di Luca di Gesù nel Getsmani. Proprio lei ha insistito perchè lo leggissimo sino al verso che dice <Non secondo la mia volonta, ma la tua>. Come dimenticare che lei ha detto, - Ma non so se ci sarò -. Lo ha detto perchè Rosario avrebbe dovuto avere un intervento, e per mercoledì poteva avere ancora bisogno della moglie in ospedale. Un sussulto al ripensarci. Morte, sia fatta la tua volontà, non so se ci sarò. Sabato sera ha cominciato a sentirsi male durante le messa. Ma ha voluto restare fino alla fine, per ricevere il Corpo di Cristo, il suo Viatico. Il Vangelo della celebrazione di Cristo RE si conclude con le parole <Stasera sarai con me in Paradiso>. Un'ora dopo questa proclamazione Antonietta ha avuto un infarto fulminante ed ha lasciato sulla terra il suo corpo mortale, in attesa della resurrezione. Morte, sia fatta la tua volontà, non so se ci sarò, stasera sarai con me in Paradiso. Questi sono i passaggi di questa preparazione. Siamo tutti attoniti, stupiti, addolorati. Credo che nessuno comprenda. Forse io per primo. Pensare che durante la preparazione di venerdì qualcuno poneva attenzione che non impiegassimo più di due ore. In effetti ce ne abbiamo messo una e mezza. Siamo borghesi. Abbiamo la grazia di praticare un cammino profetico, ma conta di più la nostra comodità. Siamo borghesi. Ci ammassiamo nelle chiese a salutare i "morti", con le lacrime agli occhi, ma nella stessa liturgia dimentichiamo i vivi. Siamo borghesi. Forse lo sono anchio. Ma trovo difficile credere che dimenticherò questi giorni. Trovo difficile pensare che non lasceranno una traccia duratura dentro di me. Trovo difficile pensare che penserò da borghese in futuro senza confrontarmi con questi giorni. Negli ultimi anni mi è stato difficile fare questo cammino di fede. Per via di preti interessati al proprio tornaconto, e diaconi teatranti. Per non parlare di fratelli che vogliono trasformare un Cammino Profetico in un gruppetto parrocchiale. Ma da oggi in poi la penso così. Il Cammino è la relazione che mi viene data di costruire con Gesù Cristo. Una relazione che nessuno può impedire. I preti, i diaconi, i fratelli possono annoiare con le loro modalità borghesi. Ma tutto si può sopportare per colui che mi amò. Ciao Antonietta. Da lassù sarai troppo presa a contemplare il volto del Padre per guardare quaggiù. Ma sono certo che ci penserai. Non mi aspettavo di doverti salutare. Capisco che posso partire anchio, e non lascerò che ci sia un solo momento senza vita. E i borghesi, ma che vadano pure per la loro strada.

Il Papa e il preservativo

pubblicata da Massimo Introvigne il giorno lunedì 22 novembre 2010 alle ore 2.34





 Massimo Introvigne

In settimana, quando esce il libro-intervista del Papa, ne parleremo come merita. Oggi invece parliamo di imbecilli. Dalle associazioni gay a qualche cosiddetto tradizionalista, tutti a dire che il Papa ha cambiato la tradizionale dottrina cattolica sugli anticoncezionali. Titoli a nove colonne sulle prime pagine. Esultanza dell’ONU. Commentatori che ci spiegano come il Papa abbia ammesso che è meglio che le prostitute si proteggano con il preservativo da gravidanze indesiderate: e però, se si comincia con le prostitute, come non estendere il principio ad altre donne povere e non in grado di allevare figli, e poi via via a tutti?
Peccato, però, che – come spesso capita – i commentatori si siano lasciati andare a commentare sulla base di lanci d’agenzia, senza leggere la pagina integrale sul tema dell’intervista di Benedetto XVI, che pure fa parte delle anticipazioni trasmesse ai giornalisti. Il Papa, in tema di lotta all’AIDS,  afferma che la «fissazione assoluta sul preservativo implica una banalizzazione della sessualità», e che «la lotta contro la banalizzazione della sessualità è anche parte della lotta per garantire che la sessualità sia considerata come un valore positivo». Nel paragrafo successivo – traducendo correttamente dall’originale tedesco – Benedetto XVI continua: «Ci può essere un fondamento nel caso di alcuni individui, come quando un prostituto usi il preservativo (wenn etwa ein Prostituierter ein Kondom verwendet), e questo può essere un primo passo nella direzione di una moralizzazione, una prima assunzione di responsabilità, sulla strada del recupero della consapevolezza che non tutto è consentito e che non si può fare ciò che si vuole. Ma non è davvero il modo di affrontare il male dell'infezione da HIV. Questo può basarsi solo su di una umanizzazione della sessualità».
Non so se il testo italiano che uscirà tradurrà correttamente «un prostituto», come da originale tedesco, o riporterà – come in alcune anticipazioni giornalistiche italiane - «una prostituta». «Prostituto», al maschile, è cattivo italiano ma è l’unica tradizione di «Prostituierter», e se si mette la parola al femminile l’intera frase del Papa non ha più senso. Infatti le prostitute donne ovviamente non «usano» il preservativo: al massimo lo fanno usare ai loro clienti.  Il Papa ha in mente proprio la prostituzione maschile, dove spesso – come riporta la letteratura scientifica in materia – i clienti insistono perché i «prostituti» non usino il preservativo, e dove molti «prostituti» - clamoroso il caso di Haiti, a lungo un paradiso del turismo omosessuale – soffrono di AIDS e infettano centinaia di clienti, molti dei quali muoiono.  Qualcuno potrebbe dire che «prostituto» si applica anche al gigolò eterosessuale che si accompagna a pagamento con donne: ma l’argomento sarebbe capzioso perché è tra i «prostituti» omosessuali che l’AIDS è notoriamente epidemico.
Stabilito dunque che le gravidanze non c’entrano, perché dalla prostituzione omosessuale è un po’ difficile che nascano bambini, il Papa non dice nulla di rivoluzionario. Un «prostituto» che ha un rapporto mercenario con un omosessuale – per la verità, chiunque abbia un rapporto sessuale con una persona dello stesso sesso – commette dal punto di vista cattolico un peccato mortale. Se però, consapevole di avere l’AIDS, infetta il suo cliente sapendo d’infettarlo, oltre al peccato mortale contro il sesto comandamento ne commette anche uno contro il quinto, perché si tratta di omicidio, almeno tentato. Commettere un peccato mortale o due non è la stessa cosa, e anche nei peccati mortali. c’è una gradazione. L’immoralità è un peccato grave, ma l’immoralità unita all’omicidio lo è di più.
Un «prostituto» omosessuale affetto da AIDS che infetta sistematicamente i suoi clienti è un peccatore insieme immorale e omicida. Se colto da scrupoli decide di fare quello che – a torto o a ragione (il problema dell’efficacia del preservativo nel rapporto omosessuale non è più morale ma scientifico) – gli sembra possa ridurre il rischio di commettere un omicidio non è improvvisamente diventato una brava persona, ma ha compiuto «un primo passo» - certo insufficiente e parzialissimo – verso la resipicenza. Di Barbablù (Gilles de Rais, 1404-1440) si dice che attirasse i bambini, avesse rapporti sessuali con loro e poi li uccidesse. Se a un certo punto avesse deciso di continuare a fare brutte cose con i bambini ma poi, anziché ucciderli, li avesse lasciati andare, questo «primo passo» non sarebbe stato assolutamente sufficiente a farlo diventare una persona morale. Ma possiamo dire che sarebbe stato assolutamente irrilevante? Certamente i genitori di quei bambini avrebbero preferito riaverli indietro vivi.
Dunque se un  «prostituto» assassino a un certo punto, restando «prostituto», decide di non essere più assassino,  questo «può essere un primo passo».  «Ma – come dice il Papa - questo non è davvero il modo di affrontare il male dell'infezione da HIV». Bisognerebbe piuttosto smettere di fare i «prostituti», e di trovare clienti. Dove stanno la novità e lo scandalo se non nella malizia di qualche commentatore? Al proposito, vince il premio per il titolo più imbecille il primo lancio della Associated Press, versione in lingua inglese (poi per fortuna corretto, ma lo trovate ancora indicizzato su Yahoo con questo titolo): «Il Papa: la prostituzione maschile è ammissibile, purché si usi il preservativo».

mercoledì 17 novembre 2010

Nanna Mallan e Sunny Asemota

Il Calice di Vino e il Battesimo


Manna Mallan e Sunny Asemota - Mostra a San Severo al Pendino - Napoli

E’ festosa l’atmosfera del vernissage degli artisti danesi Mallan e Asemota.  Sagome in legno di tuffatori, in un mare fatto di spazzolini. Di colorati spazzolini è anche il lungo colorato serpente che attraversa la navata, e i salici tropicali e i fiori che circondano il pubblico. E per sostenere gli artisti sono venuti dalla Danimarca, dall’ Olanda e dalla Francia. Una festa internazionale, con vino e tartine. I danesi sono sulle scale del vecchio convento a sorseggiare i loro calici di vino. Uno di essi è amico di Sunny e mi fa da guida tra le opere. Mi ha accolto con un gran sorriso davanti ad uno dei salici, mi ha offerto un calice di vino e mi ha parlato delle opere. Ha dato per scontato sin dal primo istante che parlassimo la stessa lingua. Posso capirlo, se partecipo ad un vernissage del genere, almeno devo avere una sensibilità per l’arte contemporanea, e devo conoscere l’inglese. Lingue internazionali, l’arte e l’inglese.
Altare Cappella Tocco - Duomo di Napoli
E’ raccolta l’atmosfera del Duomo di Napoli, in particolare davanti alla cappella della famiglia Tocco. Dove campeggia, sotto il Pegaso alato e sul pavimento, il motto SI QUI FATA SINANT. Se il destino lo consente. Ma preferisco intenderlo Se Dio Vuole. Quel Dio che in corpo anima e sangue è presente nella specie eucaristica del pane, custodita nel tabernacolo. Lì, per consentire la sosta dell’anima e la preghiera. Infatti mi metto in ginocchio col rosario. Ma un giovanissimo sacerdote, di chissà quale parrocchia, ha deciso di fare altro uso di quello spazio. Il fatto di vedermi in preghiera non gli impedisce collocare il suo gruppo di catechisti parrocchiali. Lì ha portati apposta per fare una bella catechesi sul battesimo. Venti persone dai 50 ai 60 anni, ascoltano. Io pure, costretto. Una serie ordinata di curiosità storiche su questo fondamentale sacramento. Non una parola sul suo valore profondo, fondativo, trascendente.   Potrebbe essere una lezioncina di religione a bambini delle elementari, fatta da un mullà musulmano. La fede non è il contenuto di questa catechesi. Non parliamo la stessa lingua io e il sacerdote, ed è possibile che non abbiamo nemmeno la stessa fede. Ci troviamo solo nello stesso posto. Io per pregare. Come altri venuti per lo stesso motivo. Ma siamo dovuti andare altrove. ZELUS DOMUS TUÆ COMEDIT ME. Chissà come la pensa quel giovanissimo sacerdote?
Arturo



 

mercoledì 10 novembre 2010

Non Avevo Capito Niente di Diego De Silva

Oriundo Napoletano, a Salerno, ordinata cittadina sul mare, De Silva imposta un titolo che potrebbe essere uno sbotto alla conclusione di un’esperienza deludente, o l’intestazione del manifesto di un’esistenza. Nel caso dell’avvocato Vincenzo Malinconico è probabilmente entrambe le cose. Deludente però non è l’esito delle esperienze, ma probabilmente il giudizio su esse. Il paradosso che il nostro metro negativo può essere deluso dalle sorprese che la vita riserva. Insomma, la vita è la vita, con tutto quello che dentro vi accade, ma il nostro sforzo di comprensione, di catalogazione con metodo logico, la nostra propensione al dominio degli eventi, di fronte alla loro capacità di accadere, senza richiederci la benché minima collaborazione, è in definitivamente deludente. – Non avevo capito niente -, con dentro quell’imperfetto narrativo che già esplicita una pervicacia ad insistere con un sistema di comprensione sbagliato. E quel –niente- come sostantivo di una quantità di vuoto. O come aggettivo di valore di quegli elementi che si credevano chiari, ma che valutati dalla cartina di tornasole  dell’esperienza, hanno dimostrato il loro grado di valore, niente, appunto.
In tutto questo non c’è né amarezza, meno che mai sgomento. Tanta ironia, da farti ridere all’improvviso mentre leggi, come quei pensieri che ti arrivano in certe situazioni in cui sembra tutto così serio e invece ti viene in mente un’immagine così contrastante. Come la donna impellicciata e ingioiellata che cade su una buccia di banana. Ridi, perché non c’è altro da fare. Ridi, così è. Lo stesso è il linguaggio. Va sempre in avanti, c’è una trama e un ordito, che lo si voglia o no, di una vicenda che si tesse davanti a noi. Ma proprio l’intreccio degli eventi, spinge a delle divagazioni e sollecita opinioni. Passeggere come le volute di fumo, o dense, come le nubi autunnali. Da tenere dentro di se. Perché è vero che la vita non riusciamo a comprenderla, ma non per questo abdichiamo a pensare. Non avevo capito niente, ma forse non del tutto.


Foto Wide Group/Stone/Getty Images. Elaborazione grafica.
Progetto grafico: 46xy 

mercoledì 3 novembre 2010

Arturo

Napoli scatti panoramici 1

Napoli scatti panoramici 2

Napoli scatti panoramici 3

Napoli scatti panoramici 4

Napoli colori e suggestioni 1

Napoli colori e suggestioni 2

Napoli colori e suggestioni 3

Napoli colori e suggestioni 4

lunedì 25 ottobre 2010

Terzigno I Pacifici Rivoltosi
La mattina è ovattata, l’aria è tiepida, umida, genera un’ atmosfera sospesa. Siamo pensierosi, la notte nessuno di noi due ha dormito. Viviamo in mondo che ci piace, che vogliamo capire. I media e la loro informazione generano fracasso. Noi vogliamo capire. Terzigno è a venticinque chilometri da Napoli. Come può una comunità di cittadini di questo paese trasformarsi in rivoltosi da guerriglia? Vogliamo andarci, vogliamo capire.
Il viaggio racconta da subito la vicenda. La stazione della Circumvesuviana di Terzigno è chiusa, i binari sono occupati. Scenderemo ad Ottaviano per iniziare un cammino di cinque ore, lungo la chilometrica via Zabatta.   La strada attraversa tre comuni, tagliando in due i confini, la campagna e le case. Nel tratto finale diventa un Strada Provinciale.  Le barricate cominciano da lì, dalla chiesetta di San Leonardo che segna l’inizio della strada da Ottaviano. Un edificio muto, con le sue campane immobili. Alla fine di questo tracciato urbano c’è la Rotonda Panoramica, con al centro un tronco di ulivo. Tra questi due segni della fede, una serie di persone con le loro storie e la loro battaglia.
Il territorio è chiuso, con le auto non si entra e non si esce. Le barricate sono fatte di alberi tagliati, pneumatici, campane per il vetro rivoltate. Lungo il primo tratto parliamo con dei ristoratori. Piangono il guadagno perso, ma troveremo solo un imprenditore che critica la rivolta. Da lì, quando gira il vento, la puzza si sente e la sentiamo anche noi. I ristoratori sono in difficoltà, come tutte le attività che hanno dovuto chiudere in questi giorni. Quel tratto però è Ottaviano non Terzigno. Ma hanno lasciato che mettessero le barricate. Non li hanno aiutati i terzignesi nella lotta, questo glie lo debbono. Lungo la strada le attività chiuse o aperte espongono tutte cartelli con la scritta - NO ALLA DISCARICA - . Il cono del Vesuvio, con la corona del suo monte Somma sono alla nostra destra. Imponenti testimoni di popoli con tradizioni millenarie. A sinistra il golfo, chiuso dai monti Lattari, la piana di Pompei. Davanti il Nord, la strada verso la città, lo stato avverso. A cui è chiuso l’accesso.
L’unico imprenditore che critica la rivolta, fa parte del comitato promotore del territorio. Qui si produce il Lacrima Christy, le olive, le nocelle. La zona è famosa per i suoi ristoranti per cerimonie. Ne incontreremo uno, che fu nell’attenzione d’investimento di Maradona, prima che fosse costretto a lasciare l’Italia. E’ desolato il nostro amico, nel suo elegante negozio di leccornie locali, non c’è nessuno. Ma anche  lui ci racconta che i problemi non nascono oggi. La discarica è proprio in mezzo alle vigne, a ridosso dei ristoranti. E’ la bocca di un vulcano che non ha bisogno di esplodere per distruggere.
Quando lasciamo il territorio di Ottaviano ed entriamo in Terzigno, la strada passa tra una lunga fila di caseggiati a un piano, che potremmo definire villette, se ne avessero l’archittetura.   Un furgone si ferma davanti ad una barricata, e scarica dei copertoni. Non è un rivoltoso, chissà da dove arriva? Approfitta semplicemente della situazione, per liberarsi del suo carico. Nessuno gli dice niente. A terra ci sono già delle grucce, un manichino con un cartello, gli alberi. C’è un presidio di donne e bambini. Parliamo con loro. Proviamo orrore quando ci raccontano che la notte è da lì che passano i camion.  La puzza, i topi, il rumore. Bambini piccoli in bici ci guardano curiosi, una giovane studentessa racconta la rabbia, una mamma dal terrazzo ci dice che stanno difendendo la vita. Più avanti un’anziana donna col cancro ci piange in faccia, perché la puzza ne fa una prigioniera in casa. Perché la vita qui è questa. Casette ad un piano, e aria di campagna. Non ci sono industrie, la città è lontana. Il territorio è tranquillo. C’è solo la discarica. Invisibile e incombente.
I cittadini di un territorio e lo Stato. Un brigante lo incontriamo, è lui stesso a definirsi così. E’ preparato, ha fatto il sessantotto, ragiona e minaccia. Ricorda con orgoglio il brigante Polone. Mi vengono in mente i guerriglieri afgani. A Danilo evoca Federico Barbarossa. In effetti gli somiglia. Ci fa la cronostoria della discarica. La vorrebbero sì, con l’impianto di vagliatura. Significherebbe lavoro. In effetti è per questo che hanno sottoscritto gli accordi. Ma il decreto ha buttato al macero il buono, e ha riaperto la discarica a tutto. Così si muore. E da queste parti non si muore senza combattere. D'altronde in tutto questo c’è un’ironia grottesca. In queste zone la differenziata funziona benissimo. Quasi tutti hanno il giardino o un appezzamento. Usano l’umido come fertilizzante e la differenziata è raccolta porta a porta. In pratica qui non fanno immondizia. Questo è il grottesco.
Abbiamo parlato con decine e decine di persone, tutte pacifiche, ragionevoli e determinate. E la violenza? I camion bruciati, orribili scheletri inceneriti che segnano il racconto di un conflitto? Le sassaiole, i feriti? - Non siamo contro lo Stato -. Lo dicono tutti. - Dallo Stato siamo abbandonati -. Della Protezione Civile e di Bertolaso non si fidano, non hanno dimenticato la cricca e le promesse a L’Aquila. Ma questa gente qui i sassi ai poliziotti non li lancia. Meno che mai incendia i camion. Questa è terra di lacrime di vino, ma anche di lacrime di camorra. I violenti li hanno isolati. Ma gli scontri avvengono di notte. Quando tolgono anche la luce per disperdere i dimostranti. Può sembrare una spiegazione di parte. Chiediamo conferma ai poliziotti. I blindati dei tre corpi, polizia, carabinieri e finanza, presidiano la discarica. Ci ripetono la versione dei cittadini. La popolazione è determinata, difende il suo, ma è ragionevole. I violenti si sono infiltrati. Odiano le forze dell’ordine. Vogliono che ci scappi il morto. Non hanno a che fare con la protesta, che è pacifica. Sentirselo dire da guerrieri armati di tutto punto è singolare. Ma sono servitori dello Stato, che hanno degli ordini. Questa è una delle chiavi della storia. Gli ordini dello Stato.
Ormai siamo alla rotonda. Ci sono decine di giornalisti. Una troupe è giapponese. Una giornalista di un’importante testata, sbotta perché il direttore le ha chiesto un servizio sulla bandiera bruciata. Ma il fatto è accaduto il giorno prima. “Ora ne compro una e la brucio io”, si sfoga. Il fracasso dei media, appunto. Abbiamo camminato per ore tra pacifici cittadini. Le barricate non sono più impervie dei resti della notte di Capodanno a Napoli. Il paesaggio è una tranquilla campagna. L’unica cosa che ci turba è la fila di poliziotti in tenuta antisommossa, che chiudono l’accesso meridionale alla rotonda. Ci passiamo in mezzo. Ho un sussulto, è dai tempi dell’università che non li vedevo così da vicino. Nello spazio intorno all’ulivo ci sono tutti. Mamme, papà, bambini, nonni. Ad una donna che sta lasciando il presidio per andare a lavorare, sostituita dal marito, chiediamo se ha paura dei poliziotti con gli scudi e i manganelli. “Perché dovrei? Siamo pacifici cittadini che difendiamo il nostro territorio.”
Arturo & Danilo


mercoledì 20 ottobre 2010

Fedeli laici, che fate?

... Ascoltiamo quello che dice nell'inviare i predicatori: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai per la sua messe» (Mt 9, 37-38). Per una grande messe gli operai sono pochi. Di questa scarsità non possiamo parlare senza profonda tristezza, poiché vi sono persone che ascolterebbero la buona parola, ma mancano i predicatori. Ecco, il mondo è pieno di sacerdoti, e tuttavia si trova assai di rado chi lavora nella messe del Signore. Ci siamo assunti l'ufficio sacerdotale, ma non compiamo le opere che l'ufficio comporta. [Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa(Om. 17, 1-3; PL 76, 1139)]


...Con lungimiranza il Servo di Dio Paolo VI osservava che l'impegno dell'evangelizzazione "si dimostra ugualmente sempre più necessario, a causa delle situazioni di scristianizzazione frequenti ai nostri giorni, per moltitudini di persone che hanno ricevuto il battesimo ma vivono completamente al di fuori della vita cristiana, per gente semplice che ha una certa fede ma ne conosce male i fondamenti, per intellettuali che sentono il bisogno di conoscere Gesù Cristo in una luce diversa dall'insegnamento ricevuto nella loro infanzia, e per molti altri” (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, n. 52) [LETTERA APOSTOLICA UBICUMQUE ET SEMPER DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI]


1. I FEDELI LAICI (Christifideles laici), la cui « vocazione e missione nella Chiesa e nel mondo a vent'anni dal Concilio Vaticano II » è stato l'argomento del Sinodo dei Vescovi del 1987, appartengono a quel Popolo di Dio che è raffigurato dagli operai della vigna, dei quali parla il Vangelo di Matteo: « Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna » (Mt 20, 1-2).
La parabola evangelica spalanca davanti al nostro sguardo l'immensa vigna del Signore e la moltitudine di persone, uomini e donne, che da Lui sono chiamate e mandate perché in essa abbiano a lavorare. La vigna è il mondo intero (cf. Mt 13, 38), che dev'essere trasformato secondo il disegno di Dio in vista dell'avvento definitivo del Regno di Dio.[ESORTAZIONE APOSTOLICAPOST-SINODALECHRISTIFIDELES LAICI  DI SUA SANTITA'GIOVANNI PAOLO IISU VOCAZIONE E MISSIONE DEI LAICINELLA CHIESA E NEL MONDO]

Col nome di laici  si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito dalla Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col Battesimo e costituiti Popolo di Dio e, a loro modo, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano. [Costituzione Lumen gentium]



Se pensate che la Nuova Evangelizzazione sia nelle mani dei preti, non conoscete la Chiesa, corpo mistico di Nostro Signore, a cui appartenete. Volete fare i parrocchiani. Fatelo pure. Ma non siate ti intralcio a chi vuole corrispondere alla chiamata dell'evangelizzazione. Dove non ci sono comprimari.
IV. Come parlare di Dio? 39 Nel sostenere la capacità che la ragione umana ha di conoscere Dio, la Chiesa esprime la sua fiducia nella possibilità di parlare di Dio a tutti gli uomini e con tutti gli uomini. Questa convinzione sta alla base del suo dialogo con le altre Religioni, con la filosofia e le scienze, come pure con i non credenti e gli atei. [Catechismo della Chiesa Cattolica]

Without Words

Capri

Capri e il Golfo di Napoli

Capri dal Corso Vittorio Emanuele

Capri da Capodimonte

Capri co Grattacielo dell' Hotel Jolly e Cebtro Storico

Capri

martedì 19 ottobre 2010

You raise me up

When I am down and, oh my soul, so weary;

When troubles come and my heart burdened be;

Then, I am still and wait here in the silence,

Until you come and sit awhile with me.



You raise me up, so I can stand on mountains;

You raise me up, to walk on stormy seas;

I am strong, when I am on your shoulders;

You raise me up... To more than I can be.



You raise me up, so I can stand on mountains;

You raise me up, to walk on stormy seas;

I am strong, when I am on your shoulders;

You raise me up... To more than I can be.



You raise me up, so I can stand on mountains;

You raise me up, to walk on stormy seas;

I am strong, when I am on your shoulders;

You raise me up... To more than I can be.



You raise me up, so I can stand on mountains;

You raise me up, to walk on stormy seas;

I am strong, when I am on your shoulders;

You raise me up... To more than I can be.



You raise me up... To more than I can be.http://www.youtube.com/watch?v=EDgVske63cY
Vesuvio e San Martino dalla Collina dei Camaldoli

Posillipo e Nisida dalla Collina dei Camaldoli

Nidida Procida Vivara Ischia dalla Collina dei Camaldoli
Dalla Collina dei Camaldoli


Volavo senza una meta nello sguardo disteso nell'infinito solo per lasciarmi un po' andare